Collatio 17-1-2020

Isaia 43,1-8

Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
«Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.

Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare,

poiché io sono il Signore, tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto,
l’Etiopia e Seba al tuo posto.

Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo,
do uomini al tuo posto
e nazioni in cambio della tua vita.

Non temere, perché io sono con te;
dall’oriente farò venire la tua stirpe,
dall’occidente io ti radunerò.

Dirò al settentrione: “Restituisci”,
e al mezzogiorno: “Non trattenere;
fa’ tornare i miei figli da lontano
e le mie figlie dall’estremità della terra,

quelli che portano il mio nome
e che per la mia gloria ho creato
e plasmato e anche formato”.
Fa’ uscire il popolo cieco, che pure ha occhi,
i sordi, che pure hanno orecchi».

Per il profeta non c’è alcun dubbio: l’esilio è stata un’occasione perduta per Israele, che non ha compreso l’agire di Dio, è rimasto cieco e sordo alla dolorosa lezione dell’umiliazione. Eppure… questa non sarà l’ultima parola. Il Dio che ha creato il cielo e la terra, ha creato e plasmato con immenso amore questo popolo, e ora può rinnovare la sua opera di creazione. L’esperienza del fallimento, non tanto quello dell’esilio, ma quello ancor più grave e mortifero della mancanza di fede e dell’ostinazione, è in realtà lo scenario di un nuovo inizio, di una storia nuova che Dio stesso, ancora una volta, intraprende: “non temere!”. Oltre ogni peccato, oltre ogni misero naufragio dell’alleanza, oltre ogni mancata risposta al suo amore, è sempre e solo dalla sua grazia che tutto può ricominciare. Dio non si ferma, la sua iniziativa di salvezza, la sua scelta di amore è irrevocabile. Non c’è altra ragione, per questo suo nuovo venire incontro al popolo, se non una storia di salvezza, di vocazione, di appartenenza: “ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”. Solo Dio può ricominciare, e non a partire da un qualche merito o corrispondenza umana, ma solo per pura grazia, per la fedeltà ad una alleanza che è fedeltà al suo amore. Il motivo per cui il Signore soccorre il suo popolo è semplicemente perché lo ama, creando ancora una volta, “dal nulla”, le condizioni perché Israele impari a riamarLo a sua volta. Quando l’alleanza “bilaterale”, nella quale entrambi i contraenti si impegnano, si infrange, il Signore ricomincia con una alleanza “unilaterale”, con una nuova promessa, con il suo impegno di amore “a fondo perduto”, ma che così fonda ogni passo futuro di comunione. Per un Dio innamorato è stato lunghissimo e insopportabile il tempo del suo silenzio, del suo nascondersi: “per molto tempo ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto…” (42,14), ma ora scopriamo che le acque e le fiamme con cui ha avvolto Israele come espressione del suo castigo (cfr. 42,25), sono in realtà il luogo di desolazione e dolore nel quale Lui stesso ha accompagnato il suo popolo, non lo ha abbandonato, per riaprire con lui una strada di consolazione e di vita: “Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare”. Un Dio così innamorato da esprimersi con i termini eccessivi, esagerati dell’amore, da dichiararsi pronto a cedere nazioni grandi e potenti, pur di riacquistare l’amicizia del suo popolo e rinnovare l’alleanza con il piccolo, insignificante, cocciuto Israele, ma scelto e amato (Cfr. Mt 13,44-52!). Il motivo di tutto questo? Il motivo dell’amore è solo l’amore: “perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo”. Ci torna in mente la conclusione del Cantico dei Cantici: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo” (Ct 8,6-7). La vergogna e l’umiliazione di Israele era stato ritrovarsi abbandonato da tutti, senza alcuna protezione nel momento dell’impotenza e dell’oppressione; nessuna grande nazione, nessun alleato era venuto in suo soccorso, come accade a un povero senza “go’el” (il riscattatore, il liberatore), cioè senza quel “parente più potente” in grado di prendere le sue difese e pretendere giustizia; avevamo letto: “sono divenuti preda e non c’era un liberatore, saccheggio e non c’era chi dicesse: Restituisci” (42,22). Ecco ora, il Signore stesso è il “go’el” del popolo senza protezione, è Lui che grida ai quattro angoli del mondo “restituisci!”, perché possano tornare i suoi figli da lontano, dai luoghi della dispersione e della schiavitù: una nuova alleanza di amore è possibile, a partire dalla grazia di questa creazione, plasmazione, formazione che Dio compie a favore del suo popolo, perché tutti si riconoscano suoi figli amati, anzi perché tutti possano ricominciare non da se stessi, ma dal dono ancora sempre fecondo del suo amore fedele.