Collatio 16-1-2020

Isaia 42,18-25

Sordi, ascoltate,
ciechi, volgete lo sguardo per vedere.

Chi è cieco, se non il mio servo?
Chi è sordo come il messaggero che io invio?
Chi è cieco come il mio privilegiato?
Chi è cieco come il servo del Signore?

Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione,
hai aperto gli orecchi, ma senza sentire.

Il Signore si compiacque, per amore della sua giustizia,
di dare una legge grande e gloriosa.

Eppure questo è un popolo saccheggiato e spogliato;
sono tutti presi con il laccio nelle caverne,
sono rinchiusi in prigioni.
Sono divenuti preda e non c’era un liberatore,
saccheggio e non c’era chi dicesse: «Restituisci».

Chi fra voi porge l’orecchio a questo,
vi fa attenzione e ascolta per il futuro?

Chi abbandonò Giacobbe al saccheggio,
Israele ai predoni?
Non è stato forse il Signore contro cui peccò,
non avendo voluto camminare per le sue vie
e non avendo osservato la sua legge?

Egli, perciò, ha riversato su di lui
la sua ira ardente e la violenza della guerra,
che lo ha avvolto nelle sue fiamme
senza che egli se ne accorgesse,
lo ha bruciato, senza che vi facesse attenzione.

L’invito di Dio è anche qui ora per noi, come sempre verso tutti, quello di fermarsi e ascoltare una parola, aprire gli occhi per vedere e passare da una condizione di chiusura, sordità, tenebra, ad una luce che ci mostra chi siamo davvero, chi sono gli altri intorno a noi, qual è il volto di Dio, qual è il nostro compito nel mondo. Non solo; il popolo di Dio è chiamato ad essere strumento verso tutti di questa illuminazione e liberazione alla quale ogni uomo è chiamato! Ma ecco l’aspra denuncia di Dio proprio contro il suo popolo: il Signore ha scelto e chiamato Israele perché sia “luce delle nazioni” e per aprire “gli occhi ai ciechi” (vv. 6-7), ma l’invito che attraverso il suo “servo” Israele dovrebbe raggiungere tutti, riguarda invece prima di tutto il servo stesso, il popolo di Dio, cieco e sordo più di ogni altro! “Chi è cieco se non il mio servo… il messaggero che io invio… il mio privilegiato…?” Come può questo servo disattento e cocciuto portare agli altri una luce che lui stesso non riconosce, aprire gli occhi degli altri se non è in grado di vedere lui? “Può forse un cieco guidare un altro cieco?” (Lc 6,39!). C’è un nodo che dev’essere ancora risolto, e che sta al cuore originario della vocazione e della missione di Isaia stesso (Is 6,8-10): la cecità e la durezza di cuore di un popolo che si ostina a non vedere, a non ascoltare, a non fidarsi del suo Dio. Eppure ora, dopo l’umiliazione dell’esilio, il popolo ha visto molte cose, e la sofferenza ha aperto il suo orecchio; ma non basta! Si può continuare, nonostante tutto, a rimanere chiusi all’agire di Dio e al significato della sua correzione. Egli ha mostrato la verità della sua legge e della sua alleanza con il popolo (lett.: “il Signore si compiacque, per amore della sua giustizia, di rendere la sua legge grande e gloriosa”) facendo percorrere a Israele il sentiero duro e amaro dell’esilio, come esito del suo peccato: la spoliazione dei suoi beni, la schiavitù, la prigionia. Ma “chi fra voi porge l’orecchio a questo, vi fa attenzione e ascolta per il futuro?”. Chi comprende che questo passaggio doloroso è una lezione che ci prepara al compito che ci aspetta? Come si potrà “aprire gli occhi” degli altri, se non ci si è liberati della propria cecità, e non si è riconosciuto l’agire sapiente di Dio in ogni nostra vicenda? Come si potrà far “uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”, se non si è usciti noi dalle nostre schiavitù e dal chiuso delle nostre “caverne” e “prigioni”? Solo quando il popolo, servo del Signore, presterà attenzione e riconoscerà la bontà e la giustizia dell’agire di Dio anche nel passaggio attraverso la sofferenza e il castigo dei peccati, potrà davvero liberarsi delle proprie presunzioni e durezze, ed essere “luce delle nazioni”. Altrimenti inutile sarà stata la terribile lezione dell’esilio, e vano sarà il ritorno. Ogni volta che “voltiamo pagina” e cerchiamo di dimenticare il passaggio duro della nostra vita, senza ricevere da Dio l’insegnamento nascosto che davvero ci illumina e ci libera, mettiamo le premesse per un “benessere” fragile, minacciato dal fallimento, superficiale, distratto, in fondo ripetitivo delle nostre presunzioni, paure, chiusure, egoismi.