Collatio 15-1-2020

Isaia 42,10-17

Cantate al Signore un canto nuovo,
lodatelo dall’estremità della terra;
voi che andate per mare e quanto esso contiene,
isole e loro abitanti.

Esultino il deserto e le sue città,
i villaggi dove abitano quelli di Kedar;
acclamino gli abitanti di Sela,
dalla cima dei monti alzino grida.

Diano gloria al Signore
e nelle isole narrino la sua lode.

Il Signore avanza come un prode,
come un guerriero eccita il suo ardore;
urla e lancia il grido di guerra,
si mostra valoroso contro i suoi nemici.

«Per molto tempo ho taciuto,
ho fatto silenzio, mi sono contenuto;
ora griderò come una partoriente,
gemerò e mi affannerò insieme.

Renderò aridi monti e colli,
farò seccare tutta la loro erba;
trasformerò i fiumi in terraferma
e prosciugherò le paludi.

Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono,
li guiderò per sentieri sconosciuti;
trasformerò davanti a loro le tenebre in luce,
i luoghi aspri in pianura.
Tali cose io ho fatto e non cesserò di fare».

Retrocedono pieni di vergogna
quanti sperano in un idolo,
quanti dicono alle statue: «Voi siete i nostri dèi».

L’affidamento da parte del Signore a Israele suo servo di un compito così importante come quello di portare il suo diritto alle genti, aprire gli occhi dei ciechi e liberare i prigionieri, non deve diventare causa di orgoglio o di ansia. Il centro di tutto non è mai il nostro servizio, ma Dio stesso, che opera, se vuole attraverso di noi, nel mondo e nella storia. L’invito non è quello di preoccuparsi o concentrarci su noi stessi e sulla seriosa gravità del nostro compito, ma di levare al Signore il nostro inno di lode e di ringraziamento, insieme a tutti gli uomini e a tutte le creature (cfr. Ap 7,9-12; 19,1-8). È solo dentro questa immensa celebrazione che trova senso e vigore anche il nostro servizio, prima di tutto come contemplazione e rendimento di grazie al Signore, che solo opera. È un canto nuovo, perché il Signore ci salva, ci fa nuovi, ci ridona speranza, ci invia; ed è nuovo perché finalmente tutti convocati in unico coro “dall’estremità della terra”. E ora, per dare il senso di questa opera misteriosa e possente di Dio nella storia, il profeta ci regala due meravigliose immagini: il prode guerriero e la partoriente. Entrambi “gridano”, in stridente contrasto con il mandato del servo che, come abbiamo letto, “non griderà, né alzerà il tono…” (v. 2). La prima immagine è attribuita a Dio dal profeta: è quella di un guerriero impavido, che si fa innanzi verso la battaglia, per sconfiggere i suoi nemici, e il suo grido è un grido di guerra, di forza, di coraggio. La seconda immagine è quella che il Signore stesso si attribuisce, ancora più potente e vibrante: la donna che partorisce e il cui grido è dolore per la vita. Israele aveva pianto: “la mia via è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio!” (40,27), ma ora il Signore stesso svela il senso quel suo lungo silenzio, di quella esperienza di apparente abbandono. Sì, in quel silenzio di Dio la vita di Israele era “nascosta”, perché era il tempo in cui lo portava e lo “formava” (v. 6!), come una madre nelle profondità del suo grembo. Dio stesso si paragona ad una donna che si impone forzatamente il silenzio perché non sia svelato e minacciato il delicato e lento formarsi di suo figlio nel tempo della gestazione (cfr. Lc 1,24-25; Ap 12,4-6); ma venuto il tempo del parto il grido della donna si libera, onnipotente, in un gemito e affanno che danno vita ad una umanità nuova. Anzi il suo grido è come un soffio sconvolgente e terribile che secca, spiana e prosciuga tutto perché il mondo faccia spazio all’uomo nuovo che avanza. Il Signore è come un prode che avanza con coraggio gridando, anzi è come una partoriente che con il suo grido incontenibile “fa avanzare” la vita, fa uscire da sé una umanità nuova, seppure ancora incerta e non in grado di vedere: “Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti”; illuminando e spianando pian piano i passi davanti al suo cammino: “trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura”. Ecco la differenza fondamentale tra l’opera di Dio per gli uomini, e l’inganno degli idoli: mentre il Signore con la sua opera ci libera, ci fa procedere, ci illumina, ci fa andare avanti, verso orizzonti sempre più ampi (“Tali cose io ho fatto e non cesserò di fare!”), gli idoli, e ogni vanità che si impadronisce del nostro cuore e della nostra anima, ci fa “retrocedere”, ci fa tornare indietro, ci riporta a noi stessi, alla tristezza del nostro “uomo vecchio”, ci fa ripiegare, in spazi sempre più ristretti e soffocanti; “Retrocedono pieni di vergogna quanti sperano in un idolo, quanti dicono alle statue: Voi siete i nostri dèi”.