Collatio 6-3-2020

Isaia 57,14-21

Si dirà: «Spianate, spianate, preparate la via,
rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo».

Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso,
che ha una sede eterna e il cui nome è santo.
«In un luogo eccelso e santo io dimoro,
ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati,
per ravvivare lo spirito degli umili
e rianimare il cuore degli oppressi.

Poiché io non voglio contendere sempre
né per sempre essere adirato;
altrimenti davanti a me verrebbe meno
lo spirito e il soffio vitale che ho creato.

Per l’iniquità della sua avarizia mi sono adirato,
l’ho percosso, mi sono nascosto e sdegnato;
eppure egli, voltandosi,
se n’è andato per le strade del suo cuore.

Ho visto le sue vie,
ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni.
E ai suoi afflitti

io pongo sulle labbra: “Pace,
pace ai lontani e ai vicini
– dice il Signore – e io li guarirò”».

I malvagi sono come un mare agitato,
che non può calmarsi
e le cui acque portano su melma e fango.

«Non c’è pace per i malvagi», dice il mio Dio.

La promessa, fatta a chi confida nel Signore, di ereditare il “santo monte” (57,13) si traduce qui nel comando che il Signore stesso dà alle schiere celesti di spianare, preparare e liberare dagli ostacoli la via al suo popolo, quella stessa via che il Signore, nel Secondo Isaia, aveva aperto Lui stesso alla testa di un popolo schiavo a Babilonia (cap. 40). Ora non si tratta più semplicemente di uscire dalla schiavitù e incamminarsi verso Gerusalemme, ma di giungere, purificati e santificati, al monte di Dio. La meta del cammino è dunque la santità stessa di Dio, che si era manifestata a Isaia nel tempio (Is 6) e che ora è partecipata ad un popolo che, come Isaia, si riconosce peccatore, e umile si avvicina a Dio pentito: “Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo: In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche chi si pente (letteralmente) ed è umile di spirito, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore di chi si pente”. Dio è santo, e abita nella dimora eccelsa ed eterna del suo monte santo, ma è anche accanto a chi umilmente si pente, perché non vi sia ostacolo al suo accesso al monte di Dio. “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro…” (Sal 23). E’ questo il sogno di Dio: l’ingresso pieno di un’umanità liberata e rinnovata nella comunione della sua santità, che è amore, giustizia e pace. Il Signore “contiene”, modera, per così dire, il fuoco ardente della sua santità davanti alla fragilità della sua creatura che non può resistervi, se non passando gradualmente dal riconoscimento umile del proprio peccato. Egli è come un padre saggio, che sa porre un limite alla sua intransigenza e alla sua ira, o come uno sposo stanco di litigare, che vuole trovare un modo di tornare alla pace. Un popolo tutto preso da se stesso e dalla sua avidità, infatti, non ha saputo intendere il linguaggio della correzione e del castigo, e quando il Signore si è nascosto se n’è semplicemente dimenticato: “egli, voltandosi, se n’è andato per le strade del suo cuore”. Dice un detto rabbinico: “Un rabbino aveva un nipotino che numerosi compagni venivano a raggiungere nei giorni di vacanza. Quella sera, si era deciso di giocare a nascondino. Nelle cantine della casa, nelle stalle e nei granai, i nascondigli abbondavano: tutto un universo misterioso per sottrarsi agli sguardi. Colui che la sorte aveva designato andò a caccia con metodo. La ricerca durò a lungo. Scovò l’ uno dopo l’ altro tutti i suoi compagni, salvo uno: il nipote del rabbino. Tutta la banda tentò di ritrovarlo, chiamò, e infine partì per giocare altrove. Quando non sentì più niente il bambino uscì dal nascondiglio. Non c’ era più nessuno. Restava solo il nonno, seduto presso la porta di casa. Il bimbo scoppiò in singhiozzi. “Perché piangi?”, gli domandò il vecchio rabbino. “Perché nessuno mi cerca più”, singhiozzò il piccolo. Allora il vecchio rabbino prese il bimbo tra le braccia e mormorò: “ Anche Dio si è nascosto al mondo, e piange perché noi non lo cerchiamo più”. Il Signore conosce le nostre strade, anche quelle sbagliate che ci allontanano da Lui e dai fratelli: egli veglia su di noi e ci cerca, o attende che ci torni la nostalgia di Lui e ci mettiamo alla sua ricerca, per sanarci dalla stoltezza della nostra ostinazione, per guidarci sulla via che ci conduce al “monte santo” della sua comunione, per consolarci con l’abbondanza della sua vita. Egli a volte è “costretto” a castigarci o a farci la guerra, ma ciò che vuole è offrirci finalmente pace, pace per le nazioni straniere, invitate sul monte nella sua “casa di preghiera” (56,7), e pace per Israele, finalmente ricondotto a Lui (cfr. Ef 2,17!). Eppure rimane sempre la terribile libertà di sottrarsi a questa pace, promessa dei giusti (57,2) ma anche regalata a tutti, e decidere misteriosamente e ostinatamente di fare della propria esistenza una guerra amara e disperata fino alla fine: è l’enigma insondabile dell’iniquità, che è “come un mare agitato, che non può calmarsi e le cui acque portano su melma e fango” (cfr. Gd 12-13). Non c’è pace per chi la disprezza, la rifiuta o ne ha paura, “non c’è pace per i malvagi, dice il mio Dio”.