Collatio 9-3-2020

Isaia 58,8-14

Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.

Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,

se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.

Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.

La tua gente riedificherà le rovine antiche,
ricostruirai le fondamenta di trascorse generazioni.
Ti chiameranno riparatore di brecce,
e restauratore di strade perché siano popolate.

Se tratterrai il piede dal violare il sabato,
dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro,
se chiamerai il sabato delizia
e venerabile il giorno sacro al Signore,
se lo onorerai evitando di metterti in cammino,
di sbrigare affari e di contrattare,

allora troverai la delizia nel Signore.
Io ti farò montare sulle alture della terra,
ti farò gustare l’eredità di Giacobbe, tuo padre,
perché la bocca del Signore ha parlato.

Luce e guarigione per chi apre il cuore al bisognoso: è la tua stessa luce che finalmente splenderà senza più ombre, quando la ferita antica del tuo peccato (Is 1,5-6), che ti privava delle forze, sarà sanata (Is 53,5). La promessa ascoltata al tempo della mirabile liberazione dall’esilio e del ritorno (Is 52,12: “davanti a voi cammina il Signore, il Dio d’Israele chiude la vostra carovana”) ora si rinnova (“davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà!”) per un popolo che, in una Gerusalemme desolata da ricostruire, ha ancora qualcosa da attendere. Ma la risposta di Dio alle nostre preghiere, la sua venuta di forza e di consolazione, non sarà l’esito di una contrattazione in cui cerchiamo di manipolarlo con un “digiuno ricattatorio”, per ottenere il successo per i nostri progetti (come avevamo visto nella lamentazione del v. 3), ma sarà il dono della sua presenza concreta e rinnovante (come era stato promesso in Is 40,9, al tempo dell’uscita da Babilonia) per un popolo davvero liberato che ha imparato a operare liberazione verso gli altri (v. 6: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?”, cfr. la missione del servo in 42,7!). C’è un operare nuovo, non più dietro all’affanno dei propri affari e della propria avidità, che sa ora sradicare l’oppressione, la condanna e l’arroganza verso gli altri, sa spezzare il pane con chi ha fame aprendo il cuore, e sa vedere quanta fame di condivisione semplice c’è in chi è afflitto. Questa via ha in sé una luce che sfida e vince ogni tenebra, anche la propria. La guida che il Signore promette ora non è più solo quella che conduce fuori dall’esilio e riporta a Gerusalemme, quella che trasforma il deserto del cammino in giardino (43,20 e 44,3), ma una guida nuova, che ora trasforma il popolo stesso saziandolo, rinvigorendolo, facendolo diventare esso stesso un giardino irrigato, una sorgente inesauribile. Un popolo pieno di forze, che sa riedificare, ricostruire, riparare, restaurare una città dove abitare e strade dove camminare. Non più le strade vane e sterili del proprio cuore (57,17-18!), quelle in cui sbrigare i propri affari e fare le proprie contrattazioni (lamentandosi di non avere il favore di Dio nonostante i digiuni!), ma strade nuove, anzi le strade antiche della giustizia di Dio “restaurate” nella sospensione del Sabato. È il dono di un giorno sacro, in cui distogliere l’attenzione da sé e dal proprio, per “trovare la delizia nel Signore”, volgere lo sguardo a Lui e al povero, e camminare “sulle alture della terra”, gustando l’eredità di Giacobbe.