Collatio 21-3-2020

Isaia 62,6-12

Sulle tue mura, Gerusalemme,
ho posto sentinelle;
per tutto il giorno e tutta la notte
non taceranno mai.
Voi, che risvegliate il ricordo del Signore,
non concedetevi riposo

né a lui date riposo,
finché non abbia ristabilito Gerusalemme
e ne abbia fatto oggetto di lode sulla terra.

Il Signore ha giurato con la sua destra
e con il suo braccio potente:
«Mai più darò il tuo grano in cibo ai tuoi nemici,
mai più gli stranieri berranno il vino
per il quale tu hai faticato.

No! Coloro che avranno raccolto il grano,
lo mangeranno e canteranno inni al Signore,
coloro che avranno vendemmiato
berranno il vino nei cortili del mio santuario.

Passate, passate per le porte,
sgombrate la via al popolo,
spianate, spianate la strada,
liberatela dalle pietre,
innalzate un vessillo per i popoli».

Ecco ciò che il Signore fa sentire
all’estremità della terra:
«Dite alla figlia di Sion:
“Ecco, arriva il tuo salvatore;
ecco, egli ha con sé il premio
e la sua ricompensa lo precede”.

Li chiameranno “Popolo santo”,
“Redenti del Signore”.
E tu sarai chiamata Ricercata,
“Città non abbandonata”».

Il profeta, che vive l’insopprimibile responsabilità di ricordare instancabilmente le promesse di salvezza per Gerusalemme finché non si compiano (cfr. v.1), affida ora anche ad altre “sentinelle della memoria” il compito di circondare e abbracciare Gerusalemme senza sosta con la forza della loro supplica a Dio, per non dargli tregua, “finché non abbia ristabilito Gerusalemme”. La condizione misera della città non corrisponde né alle promesse di liberazione, né a quelle di gloria e splendore che hanno nutrito la speranza dei credenti. Ora il grido del profeta e di tutti coloro che si associano al suo servizio è la memoria accorata, pressante, “tutto il giorno e tutta la notte”, di quelle promesse, “forzando la mano”, con le loro preghiere, all’intervento di Dio. La risposta di Dio non si fa attendere, come intima certezza di una promessa rinnovata: il Signore ha giurato! La sua parola è stabile, e fedelmente si compirà. La sua destra e il suo braccio potente non potranno fallire. La sua opera si realizzerà. Il popolo non dovrà “mai più” vivere l’umiliazione della schiavitù. Egli viene a liberare, per sempre. A liberarci da quella schiavitù che è “faticare invano” (49,4), consumare le proprie forze per qualcosa di cui non possiamo o non sappiamo nutrirci, che non ci serve, che non ci dà gioia e non ci fa crescere. La libertà non sarà essere esentati da ogni fatica, ma nutrirci del nostro lavoro! Ma non è tutto qui; le promesse di Dio non riguardano solo la nostra libertà, ma anche la nostra pienezza in Lui, la nostra santità: egli, cioè, ci renderà capaci di vivere il frutto delle nostre fatiche come dono, nella lode, nel rendimento di grazie e nella comunione con Lui: “… mangeranno e canteranno inni al Signore… berranno il vino nei cortili del mio santuario!”. La via preparata da Dio non è dunque solo quella che conduce fuori da Babilonia (40,3; 57,14), ma quella che ci conduce fin dentro il santuario di Dio (cfr. Eb 10,19-23!), e che ancora una volta il Signore ordina agli angeli che sia aperta, spianata, liberata, perché l’accesso sia facile, sicuro, e così Israele, entrando e lasciandosi trasformare, diventi “vessillo innalzato per i popoli” (cfr. Is 11,11-12 e 49,22), “città collocata sopra un monte” (Mt 5,14). Al grido della preghiera risponde, dunque, la parola potente di Dio che riafferma le sue antiche promesse sempre vive (cfr. 40,11!) perché giungano fino “all’estremità della terra”: sì il Signore verrà, salvatore del suo popolo, con il dono della sua salvezza, premio e ricompensa di ogni fatica, di ogni paura e di ogni dolore vissute nel fiducioso abbandono a Lui. Il popolo rinnovato e salvato sarà un popolo nuovo, con un “nome nuovo”, un “popolo di giusti”, un “popolo santo”, ricolmato e rivestito dell’amore, della predilezione, della compassione, della misericordia di Dio, affinché tutte le nazioni trovino nella santa città il luogo della loro speranza e del loro vero riscatto.