Collatio 31-3-2020

Isaia 65,17-25

«Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra;
non si ricorderà più il passato,
non verrà più in mente,

poiché si godrà e si gioirà sempre
di quello che sto per creare,
poiché creo Gerusalemme per la gioia,
e il suo popolo per il gaudio.

Io esulterò di Gerusalemme,
godrò del mio popolo.
Non si udranno più in essa
voci di pianto, grida di angoscia.

Non ci sarà più
un bimbo che viva solo pochi giorni,
né un vecchio che dei suoi giorni
non giunga alla pienezza,
poiché il più giovane morirà a cento anni
e chi non raggiunge i cento anni
sarà considerato maledetto.

Fabbricheranno case e le abiteranno,
pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto.

Non fabbricheranno perché un altro vi abiti,
né pianteranno perché un altro mangi,
poiché, quali i giorni dell’albero,
tali i giorni del mio popolo.
I miei eletti useranno a lungo
quanto è prodotto dalle loro mani.

Non faticheranno invano,
né genereranno per una morte precoce,
perché prole di benedetti dal Signore essi saranno,
e insieme con essi anche la loro discendenza.

Prima che mi invochino, io risponderò;
mentre ancora stanno parlando,
io già li avrò ascoltati.

Il lupo e l’agnello pascoleranno insieme,
il leone mangerà la paglia come un bue,
e il serpente mangerà la polvere,
non faranno né male né danno
in tutto il mio santo monte», dice il Signore.

L’orizzonte dello sguardo profetico, ormai alla fine del libro, si allarga e si radicalizza. La prospettiva è quella addirittura di una creazione nuova: “nuovi cieli e nuova terra”, in una fusione di due grandi temi del Secondo Isaia, la creazione dei cieli e della terra da parte di Dio (42,5; 45,7.12.18; ecc…) e la promessa di “cose nuove” (48,6) che sostituiscono quelle vecchie (48,18). L’invito è ad alzare lo sguardo e contemplare Dio all’opera nella creazione del mondo nuovo, una creazione che riempirà gli occhi e i cuori di tale gioia e di tale godimento da far dimenticare il “prima” doloroso e sbagliato. Una creazione “in divenire” (cfr. 42,5-6), che ci riempirà di continuo stupore, e che avrà come centro di tutto la nuova Gerusalemme. Un creazione caratterizzata dalla gioia, dalla vita, dalla libertà e dalla fecondità. Una gioia traboccante non più minacciata dal pianto e dall’angoscia; una vita in abbondanza non più sottoposta alla violenza della morte; una libertà regale, non più negata dalla schiavitù e dall’oppressione; una fecondità assicurata, sottratta alla vanità di una vita sterile. “Quali i giorni dell’albero, tali i giorni del mio popolo”. E infine, soprattutto, “cieli nuovi e terra nuova” perché la preghiera del popolo e l’esaudimento da parte di Dio saranno una stessa cosa, nella piena e perfetta comunione, sintonia, intesa nel bene; perché la pace sarà il frutto di una umanità guarita dalla propria violenza (Is 11,1-9!); perché il serpente ingannatore sarà schiacciato (Gen 3,15); perché gli uomini abiteranno il santo monte di Dio, finalmente resi santi.