Collatio 24-04-2020

Atti 2,22-31

«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.

Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo:
Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli.
Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza,
perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione.
Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione».

Dopo aver confermato l’esperienza della comunità trasformata dallo Spirito, Pietro espone ora agli uomini radunati il cuore dell’annuncio cristiano: la persona di Gesù, e come la sua misteriosa vicenda sia legata a doppio filo con ciascuno di noi. Pietro si rivolge senza mezzi termini ai suoi ascoltatori: voi tutti conoscete la vicenda di Gesù, e di come Dio stesso abbia confermato la bontà e la verità della sua vita con “miracoli, prodigi e segni” di salvezza, di guarigione e di amore; sapete bene anche come è andata a finire… ebbene: siete voi che l’avete crocifisso e ucciso! E non è finita qui: Dio lo ha risuscitato, non lo ha abbandonato a quella morte che voi da codardi, per mano di pagani, gli avete inflitto! “Ma come ti permetti?” – avrebbe potuto dire chi era giunto solo il giorno prima per la festa – “che c’entro io?” o ancora “come puoi dire così? è necessario aprire un’inchiesta e definire le precise responsabilità prima di lanciare accuse così pesanti…”. Eppure le parole di Pietro arrivano al cuore (vedremo più avanti al v. 37!). Com’è possibile? Pietro non lancia accuse: testimonia ciò che ha scoperto sulla sua pelle, a partire dalla propria personale esperienza illuminata dallo Spirito. Pietro sa bene, fino al pianto amaro (cfr. Lc 22,62!), cosa significa rinnegare Gesù, l’innocente, la persona più importante della sua vita, sa cosa significa aver contribuito anche lui, con la sua debolezza mista a superbia, a crocifiggerlo e ad eliminarlo! E conosce anche, nella certezza del dono dello Spirito, cosa significa essere immerso in un perdono immeritato, in una salvezza tutta donata, in una amicizia rinnovata con il Risorto. Sa che tutta l’umanità è coinvolta nell’eliminazione del servo di Dio, che tutti, con il loro personale peccato, hanno rifiutato il giusto, che ciascuno, con le proprie scelte, il proprio egoismo, la propria violenza, si è messo contro la giustizia e l’amore di Dio. Gesù è stato “consegnato” nelle mani di una umanità impaurita, orgogliosa, ostinata, indurita, omicida, come è “consegnato” e schiacciato ogni povero della terra. Tutti gli uomini sono legati alla terribile responsabilità della morte di Gesù. Ma Dio non ha lasciato che il nostro peccato fosse l’ultima parola: nella risurrezione di Gesù a tutti è offerto gratuitamente, come puro dono, il perdono di Dio, che può trasformare la morte in vita nuova. Una cosa sola basta: riconoscere di essere coinvolti nella sua morte, a motivo del nostro peccato, per essere coinvolti anche nella sua vita di Risorto! È questo il cuore di tutto l’annuncio cristiano, il “kerigma”. Immagino Pietro pronunciare quelle parole non con il tono di accusa altezzosa di chi si sente “a posto”, ma con la commozione, con le lacrime non più amare ma piene di consolazione e di speranza, di chi sente tutto il dolore di questa unanime partecipazione alla violenza contro l’innocente di Dio, e insieme tutta la dolcezza e la forza del perdono gratuito offerto da Dio. È questo il dono dello Spirito! È il dono di queste lacrime, le lacrime del pentimento, del riconoscimento di essere radicalmente “contro Dio”, e della consolazione del suo abbraccio. Non c’è niente di più lontano dal cristianesimo di una vita attenta a difendere la propria onorabilità, la propria presentabilità, la propria esteriore giustizia, che si afferma come misura di tutto, che tutto giudica. Siamo solo dei peccatori, ma dei peccatori salvati: e la nostra gioia è solo quella di una immensa gratitudine, quotidianamente rinnovata nello stupore, per la sua salvezza e il suo perdono. E anche il nostro tentativo di seguire Gesù, di mettere in pratica le sue parole, di agire secondo giustizia, di amare il prossimo, non è sostenuto da altro che dalla gratitudine per il suo amore immeritato, risanante, e quindi è una semplice risposta, circondata di letizia. Altrimenti è inevitabile: la nostra pretesa giustizia, il nostro sforzo, lo faremo presto o tardi pagare agli altri, con la nostra amarezza, la nostra durezza, il nostro giudizio. Invece no: sono io che l’ho ucciso, con il mio peccato. Non ho scuse. Sei tu che lo hai ucciso. E nella misura delle nostre giustificazioni, distinguo, difese, in quella misura resisteremo alla storia nuova di Dio, ci allontaneremo dal suo perdono gratuito, dalla gioia del Risorto. Ora Pietro vede bene, vede anche come questo grande dramma pasquale di Gesù è l’anima profonda e l’anelito delle Scritture, è ciò che da sempre è stato atteso e sperato. Non solo da Davide, ma, come profeta, da tutta l’umanità, prigioniera della morte, perché prigioniera del proprio peccato. Ma la morte non ha potuto nulla su Colui che non aveva peccato. Non ha potuto trattenere Colui che non aveva trattenuto nulla per sé, ma aveva tutto, fino in fondo, donato con amore, perdonando, affidandosi al Padre. È da lì che per tutti è aperto un varco di riscatto, sulle “vie della vita”, fino a ritrovarci, al termine del cammino, colmati di gioia alla sua presenza.