Collatio 07-05-2020

Atti 5,17-26

Si levò allora il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare.

Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio, cioè tutto il senato dei figli d’Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli inservienti, giunti sul posto, non li trovarono nel carcere e tornarono a riferire:«Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno». Udite queste parole, il comandante delle guardie del tempio e i capi dei sacerdoti si domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo. In quel momento arrivò un tale a riferire loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo».
Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per timore di essere lapidati dal popolo.

La risposta del sommo sacerdote e dei capi non si fa attendere. Nei versetti precedenti contemplavamo le “mani” degli apostoli, rese efficaci dall’unione d’intenti della comunità dei credenti, e tese verso il basso a sollevare, liberare, guarire. Ora la reazione del sommo sacerdote, in nome di un diverso tipo di unità (quella “con tutti quelli della sua parte”), è quella al contrario di “alzarsi” e “mettere le mani” (così letteralmente) sugli apostoli, pieno non di Spirito Santo, ma di “gelosia”. Con questa parola “gelosia” l’italiano tenta di tradurre un termine che vuole esprimere un sentimento di eccitazione religiosa, tutta tesa a difendere le proprie istituzioni, anche con la forza. All’atto di violenza, con cui vengono catturati e messi in prigione, gli apostoli rispondono con un altro “spirito”, con mitezza e fiducia. Non sono loro che devono difendere Dio: sono lì semplicemente a testimoniarlo. Il prodigio della liberazione misteriosa e notturna per opera di un angelo del Signore è un’invito a continuare a portare al popolo “tutte queste parole di vita”. Mi immagino questo angelo nei panni di un anonimo carceriere, che udite le parole e le preghiere piene di amore e di speranza degli apostoli, trova il modo di farli uscire, spingendoli a continuare a parlare in quel modo, nel tempio, per il bene di tutti… In ogni caso, mentre gli apostoli, all’alba, sono già nel tempio ad insegnare, i capi si radunano per decidere il da farsi e li mandano a chiamare… con una vena di ironia Luca ci fa vedere come la prima preoccupazione dei capi non sia salire al tempio a lodare Dio, ma perseguire le loro ridicole strategie per gestire ciò che già gli è sfuggito, senza che neppure se ne siano accorti. Il segno della liberazione misteriosa li fa traballare per un momento, perplessi… ma senza davvero lasciarsi toccare e mettere in discussione. L’unica cosa a cui pensano, nel prendere ancora una volta gli apostoli in custodia, è di farlo senza irritare la folla. Il potere ingiusto e violento è sempre anche vittima della paura della folla. Gli apostoli con mite affidamento si lasciano condurre, dentro e fuori dal carcere, con la certezza che non c’è situazione nella quale non possano continuare a testimoniare la loro inerme e ostinata speranza in Gesù, per il bene e la salvezza di tutti.