Collatio 18-05-2020

Atti 8,1b-8

In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria.

Uomini pii seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Saulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere.
Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola.
Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.

Il martirio di Stefano è anche la prima uccisione di un discepolo a motivo della sua fede in Gesù, e questo, con il concomitante inasprirsi della persecuzione, sembra toccare in profondità il vissuto della comunità: è improvvisamente venuto meno un senso di immunità, di protezione, che, in modo implicito, avvolgeva l’entusiasmo dei primi discepoli. Adesso si muore, per davvero; l’avventura di essere discepoli di Gesù non è più solo il gesto pieno di gioia e generosità da parte di chi, per la prima volta, ha scoperto l’amore e il perdono di Gesù: diventa ora anche una responsabilità, un rischio, che necessita anche di prudenza. Sembrava che il vangelo e il dono dello Spirito avessero diradato ogni timore, e invece ci si ritrova a fare i conti con il ritorno della paura, e a cercare di capire come viverla. Di fatto quell’entusiasmo iniziale sembra ora quasi dissolversi in una dispersione generalizzata, alla quale solo gli apostoli per il momento paiono resistere. Dov’è ora quella comunità unita e solidale, perseverante nell’insegnamento degli apostoli, nella frazione del pane e nelle preghiere? Che ne sarà della fede di questi discepoli dispersi? Che avranno pensato gli apostoli, davanti al “disfarsi” della comunità impaurita? Solo uno sparuto gruppetto di “uomini pii” hanno il coraggio di onorare pubblicamente Stefano, il condannato alla lapidazione. Il Signore non aveva promesso la vita a coloro che lo seguivano? Non è questa morte, e ora anche questa paura e questa dispersione, una smentita delle promesse di salvezza del Signore, e della testimonianza della comunità? Ma il Signore guida ogni cosa in modi misteriosi e inaspettati, sia nel cuore delle persone che negli eventi della storia. La stessa ostinata opera di distruzione della Chiesa da parte di Saulo sembra avere qualcosa di così esasperato da lasciar trasparire un conto in sospeso, una questione personale, un conflitto interiore. Per quanto si dia da fare non riesce a togliersi dalla mente la scena di quel discepolo, con volto di angelo, che muore affidandosi a Gesù e chiedendo il perdono dei suoi uccisori, lui compreso. E nel frattempo accade qualcosa di sorprendente: quei discepoli in fuga non hanno dimenticato il vangelo che li ha toccati. Sì, sono poveri e forse impauriti, ma non intendono abbandonare quel volto che è divenuto la ragione della loro vita, che ha dato loro liberazione, misericordia, speranza, gioia. A chi chiede loro da dove vengono, perché fuggono… rispondono parlando di quello che hanno vissuto e scoperto, e così, semplicemente, da cuore a cuore, annunciano il Vangelo. E così nei loro viaggi che li portano “nelle regioni della Giudea e della Samaria”, si realizza, senza alcuna “programmazione” o piano di evangelizzazione, quello che Gesù aveva detto agli undici prima di salire al cielo: “di me sarete testimoni in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (1,8). In particolare, come è stata narrata la vicenda di Stefano, il primo di quei “sette” che erano stati scelti per il servizio delle mense, ora viene narrata quella di Filippo, il secondo dell’elenco (6,5), giunto in una città di Samaria (rispetto alla quale Luca aveva già raccontato nel suo vangelo sia di quel villaggio samaritano che non volle accogliere Gesù e che egli volle difendere dai piani di ritorsione degli apostoli, in attesa di tempi migliori… in 9,52-56, sia la “parabola del buon samaritano” in 10,33-37, sia di quell’unico tra i dieci lebbrosi guariti che tornò a ringraziare in 17,11-19). Qui di fatto la predicazione di Filippo suscita la stessa concordia (si dice che erano “unanimi”, usando lo stesso termine che già avevamo visto in 1,14; 2,46; 4,24; 5,12), e dà il via agli stessi segni di liberazione e guarigione, che avevano caratterizzato la vita della comunità dei discepoli in Gerusalemme. Il brano che aveva cominciato dicendo che “vi fu in quel giorno una grande persecuzione” (così lett.) si conclude dicendo che “vi fu in quella città una grande gioia”. In modo diverso e sorprendente, indipendentemente da ogni programmazione, mentre la comunità in Gerusalemme sembra sbriciolarsi e disperdersi, il Signore fa’ germogliare in altri luoghi, attraverso la semplice testimonianza di discepoli raminghi, la gioia del vangelo.