Collatio 22-05-2020

Atti 8,26-40

Un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta».

Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etìope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:
Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.
Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». [..]
Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa.

Da nord (la Samaria) a sud (verso Gaza), dalla città ad una strada deserta… ecco di nuovo comparire Filippo, instancabile camminatore del vangelo, in contatto diretto con l’angelo del Signore, pronto e obbediente nel seguire un comando così strano e improbabile, senza soffermarsi neppure un istante a chiedersi: cosa ci andrò mai a fare in una strada deserta…? non sarà una punizione per aver dato il battesimo con troppa leggerezza a quel furfante di Simone il mago…? Niente di tutto questo. Filippo è interamente e gioiosamente nelle mani di Dio, per compiere la sua volontà, ovunque lo chiami. Lui è lì, su quella strada deserta, senza indicazioni: ora sta a lui. Un carro veloce lo supera; sopra viaggia un personaggio importante: “un Etiope, eunuco, funzionario della regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori…” che sta tornando a casa “essersi prostrato a Gerusalemme”. Filippo ha gli occhi aperti, è attento a quello che avviene intorno a lui; comprende che è un’occasione: anzi, che è proprio per questo che è lì su quella strada deserta… questa volta il vangelo di cui è portatore non sarà per una città e le sue folle, ma si giocherà nella possibilità di incontro a tu per tu con questo singolo uomo. Sente che è lo Spirito che lo sta spingendo a correre dietro a quel carro e ad avvicinarsi. Ora che è accanto al carro può anche sentire chiaramente l’etiope e si accorge che sta leggendo, tutto assorto, il profeta Isaia (nell’antichità non esisteva la lettura “mentale” come siamo abituati noi, ma solo ad alta voce…). Forse Filippo, ascoltandolo con pazienza (e qualche affanno, dovendo correre accanto al carro…!) si accorge anche che quella lettura non è indifferente per quell’Etiope, che si sente toccato dalla vicenda di questo misterioso “servo” (come lui…) che vive una vicenda di umiliazione e di umana infecondità, eppure attraverso il quale viene la salvezza per tutti. La domanda di Filippo (“capisci quello che stai leggendo?”) apre ad una richiesta di aiuto (“come potrei capire se nessuno mi guida?”) che diventa anche condivisione del viaggio, e dei vissuti. “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo…?”: a più livelli l’Etiope si sente coinvolto dal brano del servo di Isaia, ma per adesso ci sono ancora solo la curiosità e il senso di rispecchiamento che la letteratura biblica è in grado di suscitare in questo ricercatore di Dio, che ha trovato in Israele e nelle sue Scritture uno spazio di senso e un’apertura di orizzonte. È un uomo ricco e potente, ma anche ferito e senza futuro, e questo forse lo ha scoperto confrontando la sua vita proprio con le promesse bibliche. Potrà questo israelita in cammino, capace di ascoltare e sapiente nelle cose di Dio, dare luce alla parola profetiche che sta leggendo, e quindi alla sua vita? Ora è il tempo perché Filippo parli e mostri il senso più profondo di quel brano nella persona di Gesù: è lui il contenuto dell’annuncio. È in lui che le promesse di vita e di fecondità delle Scritture superano i limiti delle prescrizioni cultuali (che impedivano a un eunuco di partecipare alla liturgia, come anche alla stessa assemblea del popolo: Dt 23,2) e finalmente si realizzano nell’accoglienza piena nel popolo di Dio dello straniero e dell’eunuco che fanno la sua volontà (Is 56,1-7!). È in Gesù che si realizza quella parola del profeta che contempla la salvezza e la vittoria di Dio nel consegnarsi mite del servo alla morte, per un dono di vita e di posterità che riscatta ogni maledizione e infecondità. È in Gesù che davvero il perdono e la salvezza raggiungono tutti coloro che dalla condizione della loro impotenza invocano il Signore e sperano in lui. Alla vista di un corso d’acqua la domanda dell’eunuco diventa scottante: “Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?”. La mia condizione di “menomato” e di “impuro”, oltre che di straniero, rappresenta quindi ancora un impedimento per ricevere la salvezza ed essere aggiunto al popolo dei credenti? Ora alle parole deve seguire un gesto, una vera e piena immersione (battesimo) nel mistero di Gesù, che riguardi la concreta condizione e la vita di questo eunuco, perché sia toccata, afferrata, trasformata. È il gesto che Filippo compie scendendo con l’eunuco nell’acqua, in un abbraccio dove ogni vergogna, ogni condanna, ogni impedimento, ogni esclusione è cancellata. Ora Filippo può sparire, come già in Samaria: il suo servizio è quello di prendere tutti dentro, senza limiti, anche rischiando il sincretismo (Simone il mago), per essere segno di un amore che non ha paura e non si vergogna di sporcarsi, di sbagliare, di osare troppo, purché ciascuno si senta voluto e amato dal Dio di Gesù. Quello che Filippo lascia è, ovunque, la gioia. Quel che gli sta davanti è, ancora, tanta strada.