Collatio 20-6-2020

Atti 15,22-35

Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli.

E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».
Quelli allora si congedarono e scesero ad Antiòchia; riunita l’assemblea, consegnarono la lettera. Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. Giuda e Sila, essendo anch’essi profeti, con un lungo discorso incoraggiarono i fratelli e li fortificarono. Dopo un certo tempo i fratelli li congedarono con il saluto di pace, perché tornassero da quelli che li avevano inviati. Paolo e Bàrnaba invece rimasero ad Antiòchia, insegnando e annunciando, insieme a molti altri, la parola del Signore.

Ora si tratta di riportare il frutto del discernimento comune ad Antiochia, da dove era partita la necessità di fare chiarezza sulla questione dei pagani venuti alla fede. Per questo motivo vengono inviati ad Antiochia dagli apostoli e dagli anziani non solo Barnaba e Paolo per farvi ritorno, ma anche altri due “uomini di grande autorità tra i fratelli”, che confermino, da parte della comunità di Gerusalemme, le parole di Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba (che significa “figlio di Seba”, probabilmente fratello di Giuseppe, cfr. 1,23) e Sila, che ritroveremo come compagno di Paolo nel secondo viaggio (ed è quel “Silvano” che firma alcune lettere insieme a Paolo: cfr. 2Cor 1,19; 1Ts 1,1). Tutti e quattro tornano ad Antiochia come garanti di uno scritto che riporta le decisioni del cosiddetto “Concilio di Gerusalemme”, rivolte non solo alla comunità di Antiochia, ma a tutti i cristiani sparsi nelle regioni vicine, la Siria (a sud-est) e la Cilicia (a ovest, la cui capitale è Tarso). Per prima cosa la lettera, scritta con l’autorità degli apostoli e dei fratelli anziani di Gerusalemme, si incarica di togliere legittimità all’operazione con la quale i sedicenti “inviati da Gerusalemme” ad Antiochia avevano tentato di imporre ai discepoli provenienti dal paganesimo la circoncisione e le pratiche della legge, millantando un’autorità apostolica che non avevano, e creando la divisione e il caos. La lettera dice con semplicità: “non avevamo dato loro nessun incarico”; sottolineando anche gli esiti deleteri sull’anima dei credenti di tale improvvisata e irresponsabile predicazione: “sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto le vostre vite/anime (in greco è la stessa parola)”. Oltre a questo la lettera ci tiene a confermare le persone di Paolo e Barnaba e il loro operato, con una delle espressioni più belle: “uomini che hanno consegnato le loro vite/anime per il nome del nostro Signore Gesù Cristo”. C’è dunque chi va in giro mettendo in agitazione le vite/anime dei fratelli senza rischiare nulla di sé e imponendo agli altri cosa devono fare, e c’è chi mette in gioco la propria vita/anima per donare la libertà e la gioia del Vangelo agli altri! Quello che vi diranno loro è affidabile, non ascoltate coloro che insinuano cose diverse! E lo confermeranno anche Giuda e Sila: “vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose”. Dunque ecco la strada da percorrere: continuare ad assecondare il movimento dello Spirito (a partire dalla docilità di Pietro che si lascia condurre a Cesarea…), che anche noi – affermano solennemente dalla chiesa madre di Gerusalemme – riconosciamo e al quale obbediamo. E cioè che ai pagani che vengono alla fede non debba essere imposto alcun obbligo! Le uniche richieste sono quelle che aveva indicato Giacomo, perché si possa convivere in pace nella chiesa e senza “disgusto” reciproco: “farete cosa buona (è una “buona azione” verso i credenti ebrei!) a stare lontani da queste cose” (da qui si vede anche che nella chiesa ci sono disposizioni che passano, perché sono legate ad un preciso contesto…). La lettura della lettera genera una grande gioia e consolazione. Sono la gioia e la consolazione di chi ritrova al comunione come uno spazio di libertà e di rispetto reciproco, di riconoscimento dell’altro e di fiducia. Il problema è stato visto per quello che era, affrontato e attraversato con un paziente ascolto gli uni degli altri, dell’azione dello Spirito nelle vicende concrete e delle Scritture, e ora la parola autorevole delle guide della chiesa rigenera la comunione, e dona nuovo entusiasmo. Non è necessario diventare ebrei per essere salvati da Gesù, è sufficiente la fede in Lui! Ma questo apre ad un’avventura che dura tutta la storia della chiesa: ma allora chi crede in Gesù e riceve il battesimo, se non deve “diventare ebreo”, che cosa deve “diventare”? Perché sì la salvezza è un dono, e aderirvi è un semplice atto di fede. E sì, Paolo e Barnaba hanno già indicato ai pagani convertiti, facendo ritorno dal loro primo viaggio in Galazia, che non basta credere, occorre anche imparare a rimanere nella fede, accettando di attraversare “molte tribolazioni”. Ma c’è dell’altro: è necessario pian piano comprendere come il dono di questa fede porti frutto in una vita davvero liberata, nell’amore. Significa che ci sono un uomo e una donna “nuovi” che sul fondamento della fede devono essere edificati. E questa forma di “vita cristiana” non può essere semplicemente mutuata dalla pratica di buoni ebrei degli apostoli a Gerusalemme (cfr. la descrizione della chiesa nei primi capitoli…), come neppure dalla pratica di buoni ebrei di Maria, di San Giuseppe, di Gesù stesso! Quali nuove forme di vita cristiana saranno generate dall’incontro dei popoli e delle culture con il Vangelo? Per questo c’è bisogno che Giuda e Sila, “profeti”, incoraggino e fortifichino, e poi che Paolo e Barnaba, “insieme a molti altri”, insegnino e annuncino la parola del Signore… perché si trovi la strada “per le genti” affinché uomini e donne crescano ed esprimano una vita cristiana matura e allo stesso tempo “inedita”: dalla fede, attraverso la pazienza, al frutto della carità, e questo secondo modalità, linguaggi, gestualità, categorie nuove. La chiesa a partire da questo momento sposterà il suo baricentro sempre più lontano dalle sue radici ebraiche (anche di fatto rigettandole! con una mancanza di memoria che produrrà il folle antigiudaismo cristiano), e incontrando popoli e culture, troverà tanti modi di esprimere la fede e la vita cristiana, con una varietà e ricchezza che non sempre però sarà in grado di armonizzare. Da qui anche le dolorose divisioni e gli scismi, come la rinuncia a parlare lingue diverse: per esempio, nella chiesa cattolica, con il tentativo di “latinizzare” i cristiani sparsi in tutto il mondo, con il paradosso di riproporre lo stesso schema, e cioè cercare di ridurre tutti ad un’unica cultura e ad un’unica storia, la propria. Ma se a Gerusalemme un gruppo di ebrei (!) comprese non era necessario diventare ebrei per seguire l’ebreo Gesù, tanto meno sarà necessario diventare “romani” per farlo! E così di generazione in generazione siamo chiamati a tornare alle fonti per farci toccare dalla forza del vangelo e scoprire la nostra strada, che non è quella dei nostri “padri”, per essere fedeli a Gesù e trovare in lui una vita piena nell’amore.