Collatio 22-6-2020

Atti 15,36-16,5

Dopo alcuni giorni Paolo disse a Bàrnaba: «Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunciato la parola del Signore, per vedere come stanno».

Bàrnaba voleva prendere con loro anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro, in Panfìlia, e non aveva voluto partecipare alla loro opera. Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro. Bàrnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore.
E, attraversando la Siria e la Cilìcia, confermava le Chiese.
Paolo si recò anche a Derbe e a Listra. Vi era qui un discepolo chiamato Timòteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco: era assai stimato dai fratelli di Listra e di Icònio. Paolo volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere a motivo dei Giudei che si trovavano in quelle regioni: tutti infatti sapevano che suo padre era greco. Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno.

Dopo alcuni giorni nasce in Paolo l’esigenza di tornare a far visita alle comunità che avevano ricevuto il vangelo nel primo viaggio missionario. Come avevamo visto nei versetti precedenti, la fede non basta seminarla. Occorre accompagnarla verso una vita cristiana “adulta”, dove il Vangelo porti frutto in speranza e carità, in una umanità davvero liberata e rinnovata. Per questo il pensiero di Paolo va a quei fratelli sparsi, a quelle piccole comunità di persone che hanno creduto. Il desiderio è quello di andare a vedere “come stanno”: è una sollecitudine insieme pastorale e umana. Non si tratta di programmare un’efficiente organizzazione missionaria, ma di servire il vangelo donando la vita dentro relazioni con persone che sono diventate “fratelli”, quindi amati, con cui c’è un legame di affetto e di reciproca appartenenza. Paolo avrà modo di esprimere questo profondo affetto e tenerezza in molte sue lettere. Per Paolo è un tutt’uno la sollecitudine missionaria e la relazione di amicizia. Eppure proprio qui, partendo per il secondo viaggio, qualcosa si rompe nella relazione con il carissimo compagno di avventure Barnaba, proprio lui che lo aveva introdotto nella chiesa quando nessuno si fidava di lui, e che era andato a recuperarlo a Tarso dopo molti anni, quando c’era bisogno di Paolo ad Antiochia. Lo scontro è sulla valutazione di Giovanni detto Marco, cugino di Barnaba, che dopo il passaggio da Cipro aveva abbandonato il primo viaggio missionario. Ora Barnaba vuole ridargli fiducia portandolo con sé, mentre Paolo sembra essere più intransigente, non si fida: “Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro, in Panfilia, e non aveva voluto partecipare alla loro opera”. Luca non entra nei particolari, ma neppure sorvola sulla spiacevole incomprensione che porta a una inevitabile separazione tra Barnaba e Paolo. Qui possiamo intravvedere l’indole da leader di Paolo, e anche qualche suo aspetto di durezza. Non vuole cedere, ne fa una questione di principio. Paolo ha ancora tanta strada da fare, e un carattere forte, non ancora così pronto a rinunciare a se stesso, a fidarsi più del giudizio di Barnaba che del proprio. Chissà quante avrà rimpianto la sua compagnia, il suo equilibrio, la sua capacità di mediare, di vedere il bene, soprattutto la sua compagnia fraterna, alla pari. Ma la storia, anche della chiesa e dei santi, è così, fatta di quello che siamo, con i nostri limiti e i nostri peccati, che certo il Signore sa volgere al bene, ma che oggettivamente pesano sul cammino del vangelo fra gli uomini. Ed è bello come Luca qui, narrando, non faccia censure. Barnaba va con Marco a Cipro, prima tappa del primo viaggio e sua terra di origine, mentre Paolo prende Sila e percorre Siria e Cilicia per “confermare le Chiese”. E’ interessante notare che comunque, anche se ci si divide, Paolo parte “affidato dai fratelli alla grazia del Signore”; non è un battitore libero: c’è una chiesa che lo invia e che lo affida ad un’opera che rimane sotto la guida del Signore. Il viaggio di Paolo a questo punto lo porta (via terra) su verso la Galazia, nelle città toccate durante il primo viaggio: Derbe, Listra, Iconio. A Listra trova un altro fratello con cui condividere il viaggio missionario. Sì Paolo si è separato da Barnaba, ma comunque cammina insieme a dei fratelli: prima di tutto Sila (Silvano) che era venuto ad Antiochia da Gerusalemme per confermare le decisioni prese sui pagani, e ora Timoteo, che non solo è “assai stimato dai fratelli di Listra e Iconio”, ma la cui origine “mista” (mamma giudea divenuta discepola e papà greco) poteva essere un valore aggiunto in terra di missione. Qui Luca racconta un altro fatto, che può essere interpretato variamente, e cioè la sua decisione di far circoncidere Timoteo prima di proseguire il viaggio con lui. Certo è un modo con il quale proteggere Timoteo dal giudizio negativo dei “Giudei che si trovavano in quelle regioni”, e questo, dopo il Concilio di Gerusalemme, può sembrare anche un gesto di flessibilità da parte di Paolo, che per aprire la strada del vangelo è disposto anche a rinunciare ad affermare il principio della non necessità della circoncisione. Ma possiamo anche immaginare che forse, in questo momento, senza il sostegno fraterno di Barnaba, Paolo si senta un po’ più fragile, un po’ più insicuro, e quindi in qualche modo “ceda” alle pressioni dell’ambiente. In ogni caso Luca narra le vicende nella loro semplicità, così come sono, senza giustificare, e senza ricorrere a interventi dall’alto che mostrano chiaramente la strada. Il Signore accompagna le vicende di Paolo e dei suoi compagni (che sono ora impegnati a trasmettere le decisioni di Gerusalemme alle varie chiese che incontrano), ma li accompagna con una presenza discreta, sotto traccia, lasciando che prendano le loro decisioni in autonomia, con i loro limiti, e anche con i loro errori (forse), ma continuando a benedire la loro opera per le chiese, con i doni della stabilità nella fede e della fecondità.