Collatio 25-6-2020

Atti 16,16-24

Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una schiava che aveva uno spirito di divinazione: costei, facendo l’indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni.

Ella si mise a seguire Paolo e noi, gridando: «Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunciano la via della salvezza». Così fece per molti giorni, finché Paolo, mal sopportando la cosa, si rivolse allo spirito e disse: «In nome di Gesù Cristo ti ordino di uscire da lei». E all’istante lo spirito uscì.
Ma i padroni di lei, vedendo che era svanita la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti ai capi della città. Presentandoli ai magistrati dissero: «Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare». La folla allora insorse contro di loro e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi.

L’incontro di Paolo e compagni con la serva “indovina”, che con il suo spirito di divinazione arricchisce i suoi padroni, sembra inizialmente una conferma di grande efficacia alla missione dei discepoli. Non fa che gridare a tutti la loro vera identità di servi di Dio e di annunciatori della salvezza. Quale migliore pubblicità? E non è forse vero quello che dice? Eppure dopo diversi giorni di questo “servizio non richiesto” Paolo si spazientisce. C’è qualcosa che non lo convince, e dopo aver cercato di sopportare pazientemente la cosa, ora per lui è troppo e intima allo spirito, nel nome di Gesù, di uscire da lei. Cos’è che Paolo non può sopportare? Forse la modalità chiassosa e sensazionalista, che mal si adatta ad un annuncio che si rivolge ai cuori, e che necessita di un clima di ascolto e di preghiera. Ma forse ancora di più il punto è che l’annuncio del vangelo è tutt’uno con chi lo porta, con il suo spirito e le sua motivazioni. Anche Gesù azzittiva i demoni che lo proclamavano “il Santo Dio” (cfr. Lc 4,35), e del resto “nessuno può dire: Gesù è Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Solo chi si è lasciato toccare e salvare dal vangelo può annunciarlo, altrimenti lo smentisce con la sua stessa persona. Paolo non può accettare che questa donna sia in balia di un altro spirito e si faccia portatrice dell’annuncio. Non gli interessa il vantaggio promozionale che può venire alla sua “causa”, ma prima di tutto la reale liberazione di questa donna. Allora sì potrà annunciare quello che il Signore ha fatto per lei. Ma come accade a Gesù nel vangelo (cfr. Lc 8,26-39), non tutti sono d’accordo con la liberazione di questa donna! Ovviamente sono prima di tutto i suoi “padroni”, ai quali non interessa che lo spirito sia finalmente “uscito” da lei (rendendola libera e se stessa!), ma che sia “uscita” (in italiano è tradotto “svanita”, ma così non si coglie l’ironia amara di Luca) la speranza del loro guadagno! La conseguenza di questo turbamento degli equilibri schiavizzanti del mondo con le sue logiche di avidità è sempre quella: prendersela con chi avvia reali processi di liberazione, in nome di una preservazione di “usi e costumi” che in realtà nascondono dinamiche di potere e ingiustizie. L’esito è sempre quello: chi annuncia e genera la liberazione del vangelo è messo in carcere! Perché sono due le mentalità che si scontrano: gli annunciatori del vangelo che portano libertà anche a costo dei propri interessi (una buona pubblicità e poi la propria libertà), e il mondo che difende i propri interessi manipolando e schiavizzando.