Collatio 26-6-2020

Atti 16,25-40

Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti.

Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.
Fattosi giorno, i magistrati inviarono le guardie a dire: «Rimetti in libertà quegli uomini!». Il carceriere riferì a Paolo questo messaggio: «I magistrati hanno dato ordine di lasciarvi andare! Uscite dunque e andate in pace». Ma Paolo disse alle guardie: «Ci hanno percosso in pubblico e senza processo, pur essendo noi cittadini romani, e ci hanno gettato in carcere; e ora ci fanno uscire di nascosto? No davvero! Vengano loro di persona a condurci fuori!». E le guardie riferirono ai magistrati queste parole. All’udire che erano cittadini romani, si spaventarono; vennero e si scusarono con loro; poi li fecero uscire e li pregarono di andarsene dalla città. Usciti dal carcere, si recarono a casa di Lidia, dove incontrarono i fratelli, li esortarono e partirono.

Gli esegeti fanno notare che gli eventi notturni in carcere sono narrati con un linguaggio particolare, con uno stile diverso dal contesto, e che se noi saltassimo direttamente a “fattosi giorno…” il racconto filerebbe lo stesso perfettamente. È plausibile che Luca in questa notte di carcere abbia ambientato uno dei suoi racconti apparentemente ingenui, un po’ da favola, ma che in realtà rispondono a esigenze narrative precise, diverse da quelle degli altri brani, e cioè non con l’intento di riportare una cronaca (per quanto sempre teologicamente significativa), ma di presentare “dal vivo”, in un racconto, un aspetto fondamentale della vita cristiana, della relazione con Gesù o della dinamica del vangelo; è quello che Luca fa per esempio con il racconto dei discepoli di Emmaus, a chiusura del suo vangelo. Qui tutto comincia con un canto nella notte, un inno di gioia e di ringraziamento, da parte di Paolo e Sila in carcere: la loro condizione di sofferenza e ingiusta costrizione è l’occasione per una più profonda consolazione, nella certezza di una comunione più intima con Gesù, nella quale sperimentano ed esprimono il senso di una libertà nella fede che nessuno può strappare loro. Gli altri carcerati non si lamentano, non reclamano il loro diritto almeno a dormire in pace. Quel canto a mezzanotte è un canto di libertà che comunica libertà, che dà sollievo e allarga gli spazi interiori anche degli altri carcerati, che rimangono in ascolto. La risposta a questo “canto libero” è il terremoto. Anime liberate che sanno cantare in carcere il loro amore per la salvezza ricevuta, quella prigione l’hanno già colpita alle fondamenta: “furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti”. Tutti sono liberati! Chi canta e chi ascolta. Il carceriere svegliatosi e vedendo il carcere aperto sta per uccidersi (il carceriere pagava con la vita la fuga dei prigionieri), ma Paolo grida di non farsi del male, perché i prigionieri non hanno bisogno di fuggire: sono già liberi, e non hanno bisogno del prezzo della vita del carceriere per la loro libertà. La vita di quell’uomo sta loro più a cuore della loro stessa libertà: per questo sono davvero liberi, perché sono liberi da se stessi. È adesso che il carceriere ha il senso di essere davanti a qualcosa di nuovo e “chiede luce” (così lascia intendere la richiesta di un lume): “Signori che cosa devo fare per essere salvato?”. Ha davanti agli occhi degli uomini salvati, liberati, e chiede loro (il carceriere ai suoi prigionieri…!) cosa deve fare per essere come loro. La risposta è semplice: il Signore è uno solo, della tua vita, del mondo e della storia, credi in lui! Bella l’espressione “sarai salvato tu e la tua famiglia”: la salvezza entra nella vita di chi crede in modo personalissimo, ma non individualmente, perché appunto come “persona”, e quindi coinvolgendo le sue relazioni. Ci sarebbe molto da meditare su questo… Allora quella notte, squarciata da canti di lode, va verso il giorno attraverso la Parola proclamata, la cura delle ferite come risposta di amore, il battesimo-immersione nel mistero di Gesù morto e risorto (è lui che fa tremare tutto!), e infine una indimenticabile “colazione eucaristica” piena della “gioia nel credere” (cioè piena dello Spirito Santo!). È interessante vedere come anche qui a Filippi, dopo aver annunciato ai Giudei e ai proseliti, l’annuncio della salvezza in Gesù ai pagani avviene non per “programma”, ma per effetto di un evento “pasquale” (notte, liberazione, terremoto…) che ancora una volta “apre” e supera distanze… Viene il giorno e dalle meraviglie della notte si passa al prosaico scorrere della storia, con le sue sfide, i suoi tranelli, la sua quotidiana fatica del discernimento. I magistrati, che avevano incarcerato Paolo e i compagni per dare soddisfazione alla folla inferocita, ora cercano di rimediare al loro abuso di potere lasciandoli andare ora che la folla, dopo la notte, si sarà già dimenticato tutto. Ma a Paolo non sta bene! Non accetta di uscire dal carcere alla chetichella dopo aver subito una carcerazione senza neppure essere stato ascoltato. A volte c’è una debolezza che spacciamo per mitezza, e una prepotenza per forza. Paolo rimane con la schiena ben dritta davanti a chi ora, dopo aver abusato, si atteggia a clemente: è una menzogna della quale non vuole essere complice! Ognuno si prenda le sue responsabilità: i magistrati ora devono venire di persona a scarcerare Paolo e i compagni, riconoscendo quindi di aver agito ingiustamente. Paolo non esita neppure ad utilizzare l’argomento della sua cittadinanza romana (essendo di Tarso). C’è un onore che deve essere ristabilito, non a vantaggio loro, ma del vangelo che portano. C’è anche una piccola comunità, riunita nella casa di Lidia, da confermare nella fede. Solo ora possono partire.