Collatio 1-7-2020

Atti 17,16-21

Paolo, mentre li attendeva ad Atene, fremeva dentro di sé al vedere la città piena di idoli. Frattanto, nella sinagoga, discuteva con i Giudei e con i pagani credenti in Dio e ogni giorno, sulla piazza principale, con quelli che incontrava.

Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui, e alcuni dicevano: «Che cosa mai vorrà dire questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere uno che annuncia divinità straniere», poiché annunciava Gesù e la risurrezione. Lo presero allora con sé, lo condussero all’Areòpago e dissero: «Possiamo sapere qual è questa nuova dottrina che tu annunci? Cose strane, infatti, tu ci metti negli orecchi; desideriamo perciò sapere di che cosa si tratta». Tutti gli Ateniesi, infatti, e gli stranieri là residenti non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità.

Ad Atene, la capitale culturale dell’occidente, Paolo, nell’attesa di Sila e Timoteo, non può certo rimanere inerte. Egli non viaggia a capo chino, assorto, o tutto attento a stesso e al suo compito: ha gli occhi bene aperti su ciò che gli sta intorno e la prima cosa che lo colpisce di Atene è come sia (ed effettivamente lo era…) traboccante di paganesimo e idolatria in tutte le sue manifestazioni esteriori. La sua spontanea reazione di Giudeo è insofferenza e disgusto; ma non prende per ora iniziative, che si rivelerebbero precipitose (a maggior ragione ora che non ha neppure il consiglio dei suoi compagni di viaggio). Per prima cosa dunque decide di frequentare la sinagoga, pregare, leggere insieme le Scritture, e lì continuare a fare con i suoi connazionali e i pagani credenti in Dio, quello che sa fare: annunciare Gesù. Nel frattempo però si rende conto che ha bisogno di comprendere meglio questa città, di ascoltarne i discorsi, di sentire che aria tira, che clima culturale e spirituale si vive, che tipo di persone la abitano. E così comincia a intrattenersi e a discutere con quelli che incontra, rendendosi meglio conto che Atene non è solo una città che esprime il suo culto agli dèi con tante raffigurazioni (per lui visceralmente abominevoli!), ma, per quanto tutto sommato piccola, è anche e soprattutto una città universitaria e di cultura, dove sono presenti le scuole più importanti di scienze, retorica e filosofia e quindi dove convergono studenti da tutto il bacino del mediterraneo. Sono in particolare gli esponenti delle scuole filosofiche epicuree e stoiche a interessarsi a Paolo, per quanto con quel senso di superiorità e quel fare sprezzante che ben conosciamo in certi ambienti anche oggi (ricordate cosa diceva Biffi, con la sua pungente ironia, e sinceramente con qualche buona ragione: “i professori universitari sono come gli altri, ma loro non lo sanno!”). Epicurei e Stoici non a caso rappresentano le scuole che in quel tempo interpretavano un più marcato interesse per l’uomo e le virtù come via della sua felicità, e un radicale scetticismo verso le ingenue rappresentazioni religiose dei contemporanei, piene di superstizione, coltivando invece un senso del divino più alto e come “anima del mondo”. Ma, appunto, la loro curiosità è mista a scherno: “cosa mai vorrà dire questo ciarlatano (lett.: cornacchia, uno che raccoglie semi e sciocchezze come fa un uccello)?”. E non sembra neppure lo abbiano ascoltato bene, dal momento che pensano che Paolo sia venuto a parlargli di due nuove divinità: “Gesù” e “Anastasi” (Risurrezione). L’interesse comunque è tale che Paolo viene condotto davanti all’Areopago (un consiglio di saggi, con il compito di vegliare sull’educazione, una specie di consiglio supremo degli studi). Qui Paolo viene interrogato sul suo insegnamento, che viene definito un “nuova dottrina”: Paolo ha cominciato a “insinuare” alle orecchie di quanti ha incontrato “cose strane”, evidentemente in qualche modo diverse dai discorsi che giravano in città, e vogliono approfondire. La traduzione dice “passatempo”, con una accezione solo negativa; ma Luca commenta dicendo semplicemente che “tutti gli Ateniesi e gli stranieri residenti in nient’altro amavano passare il tempo quanto nel parlare e nell’ascoltare qualcosa di nuovo”. Insomma, niente di meglio per qualcuno che ha qualcosa da dire… ma certo questo voler sempre sentire novità nasconde anche qualcosa di disimpegnato, di annoiato, di superficiale. Come se la caverà Paolo davanti a questo “alto consiglio accademico”?