Collatio 15-7-2020

Atti 20,17-38

Da Mileto mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa. Quando essi giunsero presso di lui, disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù.

Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio.
E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio.
Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi.
E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”».
Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.

Eccoci dunque a Mileto, dove Paolo convoca gli anziani della chiesa di Efeso per un discorso di addio che diventa un grande testamento pastorale e spirituale. Per prima cosa Paolo fa riferimento all’esperienza passata insieme, nei tre anni a Efeso, dove hanno condiviso tutto; gli anziani sanno bene come Paolo si è comportato in questo tempo, non si può bluffare: “Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove”. Ecco la postura profonda dell’anima di Paolo: un servizio umile, tutto per il Signore, con il pieno coinvolgimento di tutti i suoi affetti, la sua vita, il suo patire, perché a tutti, Giudei e Greci, giunga la buona notizia che in Gesù Dio ha misericordia. “Non mi sono mai tirato indietro a ciò che poteva esservi utile”: una dedizione completa e inesauribile, perché questa parola fosse seminata nei cuori, sia raccogliendo le persone nelle piazze, che andandole a trovare nelle case. Il servizio di Paolo non è un suo progetto, ma una obbedienza allo Spirito, e anche ora questo suo viaggio verso Gerusalemme è sottomissione al volere di Dio: “costretto (lett.: legato) dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà…”. Paolo si affida. E affida agli anziani di Efeso questo segreto della sua “leadership”: consegnarsi sempre più docilmente, consapevolmente e intensamente all’azione dello Spirito nella sua vita (nelle sue lettere dirà più volte di questo suo essere “prigioniero di Cristo”, che dalle catene fisiche della prigionia, è stato da lui assimilato come fisionomia profonda del suo rapporto con Gesù). “Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita…”: Paolo considera la sua vita interamente posta per il servizio affidato. Non si tratta dell’esercizio di un potere, o della realizzazione di un suo desiderio, ma del legame inscindibile tra la sua persona e la testimonianza al vangelo della grazia (cioè “dell’amore gratuito”) di Dio: tutto è lì dentro, e nulla ha valore, neppure la sua vita, al di fuori di questo. Paolo sa bene che questo è un addio, e l’affetto profondo e incancellabile per le persone per le quali si è donato è un tutt’uno con la semplice chiarezza di aver fatto per loro quanto era necessario: Paolo ha annunciato l’amore gratuito di Dio in Gesù e istruito gli Efesini su tutto il volere di Dio, cioè su come gli uomini sono chiamati a rispondere con la loro vita all’amore di Dio. Ora tocca a loro custodire la novità del Vangelo e crescere nella fede, nella speranza e nella carità, vegliando “su se stessi e su tutto il gregge”. Paolo non pensa che la vita cristiana e la chiesa siano una costruzione umana: siamo tutti a servizio di un’opera che Dio compie nella storia per l’azione del suo Spirito e il cui segno per il mondo è la comunità dei discepoli, che è “la Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio”. È in questo ampio e profondo orizzonte trinitario che Paolo legge la sua esistenza, il suo ministero, e soprattutto la presenza della Chiesa dentro la storia. Ed è solo condividendo questo respiro di fede che anche gli anziani di Efeso potranno svolgere il loro compito pastorale di custodia e vigilanza. La Chiesa non appartiene a Paolo, e neppure agli anziani, ma a Dio. E il loro compito sarà quello di riportare al Signore un gregge sempre in pericolo di mondanizzarsi, di rientrare in logiche personalistiche di potere e di divisione. Per questo, in assenza di Paolo, gli anziani potranno sentirsi sostenuti e incoraggiati dal suo esempio (più ancora che dai suoi insegnamenti…): “per tre anni notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi”. Ma, appunto, ora Paolo sta per partire, e questa è l’occasione per comprendere in modo ancora più vivo che tutti apparteniamo al Signore: “e ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati”. La fiducia è nella più efficace e persistente potenza del Vangelo, che al di là di tutto porta frutto. L’esempio di Paolo è semplice: aver fatto tutto con amore, con generosa dedizione, per gli altri e non per il proprio interesse. È così che il Vangelo può essere accolto nel cuore: perché lo si vede vissuto da chi lo ha sulle labbra. E non per spirito di sacrificio (che diventa sottile ricatto), ma nella scoperta quotidiana di quell’intima gioia che appartiene a chi dona. È con questa memoria di un prezioso detto di Gesù, che Paolo termina il suo discorso di addio: “ricordando le parole di Gesù, che disse: «c’è più gioia nel dare che nel ricevere!»”; un discorso che era cominciato con il riferimento alle lacrime, ma che ora svela un segreto di gioia irriducibile. Alle parole segue la preghiera, tutti insieme, perché quell’affidarsi a Dio trovi la sua espressione comune. Per poi salutarsi, con grande commozione e intensità di affetto, di gratitudine, di dolore, e con tutte le incognite di questo viaggio verso Gerusalemme, perché l’amore seminato continui, attraverso morte e risurrezione, a generare amore.