Collatio 13-7-2020

Atti 20,1-16

Cessato il tumulto, Paolo mandò a chiamare i discepoli e, dopo averli esortati, li salutò e si mise in viaggio per la Macedonia. Dopo aver attraversato quelle regioni, esortando i discepoli con molti discorsi, arrivò in Grecia.

Trascorsi tre mesi, poiché ci fu un complotto dei Giudei contro di lui mentre si apprestava a salpare per la Siria, decise di fare ritorno attraverso la Macedonia. Lo accompagnavano Sòpatro di Berea, figlio di Pirro, Aristarco e Secondo di Tessalònica, Gaio di Derbe e Timòteo, e gli asiatici Tìchico e Tròfimo. Questi però, partiti prima di noi, ci attendevano a Tròade; noi invece salpammo da Filippi dopo i giorni degli Azzimi e li raggiungemmo in capo a cinque giorni a Tròade, dove ci trattenemmo sette giorni.
Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte. C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti. Ora, un ragazzo di nome Èutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto. Paolo allora scese, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: «Non vi turbate; è vivo!». Poi risalì, spezzò il pane, mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati.
Noi, che eravamo già partiti per nave, facemmo vela per Asso, dove dovevamo prendere a bordo Paolo; così infatti egli aveva deciso, intendendo fare il viaggio a piedi. Quando ci ebbe raggiunti ad Asso, lo prendemmo con noi e arrivammo a Mitilene. Salpati da qui, il giorno dopo ci trovammo di fronte a Chio; l’indomani toccammo Samo e il giorno seguente giungemmo a Mileto. Paolo infatti aveva deciso di passare al largo di Èfeso, per evitare di subire ritardi nella provincia d’Asia: gli premeva essere a Gerusalemme, se possibile, per il giorno della Pentecoste.

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Dopo due anni di permanenza ad Efeso Paolo, dopo attento discernimento “nello Spirito” (19,22), aveva deciso di visitare le comunità da lui fondate in Macedonia (Filippi, Tessalonica, Berea) e in Acaia (forse Atene, Corinto), per poi visitare Gerusalemme e di là giungere a Roma. Paolo ha già inviato Timoteo ed Erasto in Macedonia a precederlo, ma ora, dopo il tumulto e il pericolo corso dai fratelli Gaio e Aristarco, decide che non può più attendere: dopo aver radunato ed esortato i discepoli, li saluta e parte. Paolo non tornerà più a Efeso, e anche tutto il cammino presso le comunità di Macedonia e Acaia ha il sapore di un ultimo saluto: Paolo sente sempre più chiaramente che il suo viaggio verso Gerusalemme sarà una resa dei conti. È troppo forte l’ostilità che trova in ogni città da parte dei Giudei. Anche qui a Corinto, dove passa tre mesi con l’intenzione poi di imbarcarsi a Cencre su di una nave di pellegrini per giungere a Pasqua a Gerusalemme, un ennesimo complotto dei Giudei gli rende impossibile l’attuazione del suo programma di viaggio. È costretto a tornare indietro risalendo la Grecia, attraversando la Macedonia per giungere nuovamente a Troade dove si incontra con altri sette compagni di viaggio, che l’avevano preceduto. Sono uomini che condividono il cammino missionario di Paolo, che desiderano rimanere con lui, alla sua scuola di vita, di fede e di testimonianza del vangelo; sono provenienti da varie e disparate comunità da lui fondate: da Berea e Tessalonica in Macedonia, da Derbe in Galazia e dall’Asia minore (probabilmente Efeso). Una piccola comunità missionaria internazionale, con lingue, usi e costumi diversissimi tra loro. Con questo riferimento Luca ci dà il senso anche che tutta l’esperienza missionaria di Paolo, con i suoi frutti, si sta raccogliendo e sta volgendo al suo termine, almeno secondo questa modalità della fondazione di nuove comunità, verso un passaggio di consegne e una fase nuova. A Troade, circa quattro anni anni prima, Paolo nella notte aveva sentito che quella impossibilità a raggiungere le regioni della Bitinia era in realtà una porta aperta e un invito a passare in Macedonia (16,7-10), e così si era aperta una grande fase, dolorosa e appassionante, di evangelizzazione in Grecia. Ora Paolo si ritrova ancora a Troade, e anche questa volta quel che succede di notte apre ad un cammino nuovo. È il primo giorno della settimana, quello che ben presto si comincerà a chiamare giorno del Signore (cfr. Ap. 1,10: in latino “dies dominica”, quindi “domenica”), nel quale i discepoli spezzano il pane e di fanno memoria della risurrezione di Gesù. Il giorno dopo Paolo deve partire, e la sera la piccola comunità di discepoli presenti a Troade si raduna insieme con Paolo e i suoi compagni per ascoltarlo e interrogarlo prima della sua partenza, in una sala piena di lampade, al terzo piano: la scena è ben impressa nella memoria del narratore. Paolo ha molte cose da dire e risposte da dare e senza accorgersene ci si sta inoltrando nella notte: si vorrebbe non finire più di ascoltarlo. Il giovane Eutico, seduto sulla finestra, è preso dal sonno e improvvisamente, mentre Paolo parla “con abbondanza” (l’italiano traduce in modo un po’ malizioso “senza sosta”) cade a terra e viene raccolto morto. Certo il racconto non è senza una vena di umorismo, come ritroviamo spesso nello stile di Luca. Ma anche, e in modo ancor più sorprendente, tutto è poi narrato con grande “naturalezza”: Paolo scende, raggiunge il ragazzo, si getta su di lui, lo abbraccia e rassicura tutti: “non vi turbate, poiché la sua vita è in lui!”. Detto questo la serata continua con la frazione del pane (l’eucarestia) e ancora una lunga conversazione (cfr. Lc 24,15; è il termine greco che indica un un colloquio tra amici, informale, e che è la radice della parola “omelia”) fino all’alba. In questo incontro di congedo la Parola avvolge e riempie la comunità: una parola di fede, di consolazione, di esortazione, di affetto, di amicizia, di donazione. È qui che si celebra la domenica, si fa esperienza di risurrezione e del senso vero della frazione del pane affidata da Gesù ai suoi discepoli nella sua ultima, decisiva sera. Dopo questa notte in bianco Paolo decide di non salire sulla nave con gli altri (ed eventualmente di appisolarsi sul ponte…), ma di fare il tratto di strada fino ad Asso, il porto successivo, a piedi (sono una cinquantina di chilometri!). Paolo ha bisogno di stare un po’ da solo; sta maturando sempre più chiaramente di essere ad una svolta decisiva della sua vita: il suo andare a Gerusalemme segnerà la fine di questa stagione missionaria, fatta di annuncio del vangelo e fondazione di nuove comunità in giro per il mediterraneo. Ora, sempre più, all’orizzonte si staglia un cammino di spoliazione, di impotenza, fino alla consegna della vita. Luca aveva già organizzato il racconto del suo Vangelo come un grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Ora anche Paolo deve “indurire il volto verso Gerusalemme” (cfr. Lc 9,51!), anche evitando di passare per Efeso in modo da non rischiare di allungare i tempi in saluti e problemi da risolvere: vuole essere a Gerusalemme il più presto possibile, almeno per la festa di Pentecoste. Ora, qui a Mileto, 80 km a sud di Efeso, scopriremo cosa Paolo sta meditando nel suo cuore.