Collatio 10-7-2020

Atti 19,23-40

Fu verso quel tempo che scoppiò un grande tumulto riguardo a questa Via.

Un tale, di nome Demetrio, che era òrafo e fabbricava tempietti di Artèmide in argento, procurando in tal modo non poco guadagno agli artigiani, li radunò insieme a quanti lavoravano a questo genere di oggetti e disse: «Uomini, voi sapete che da questa attività proviene il nostro benessere; ora, potete osservare e sentire come questo Paolo abbia convinto e fuorviato molta gente, non solo di Èfeso, ma si può dire di tutta l’Asia, affermando che non sono dèi quelli fabbricati da mani d’uomo. Non soltanto c’è il pericolo che la nostra categoria cada in discredito, ma anche che il santuario della grande dea Artèmide non sia stimato più nulla e venga distrutta la grandezza di colei che tutta l’Asia e il mondo intero venerano».
All’udire ciò, furono pieni di collera e si misero a gridare: «Grande è l’Artèmide degli Efesini!». La città fu tutta in agitazione e si precipitarono in massa nel teatro, trascinando con sé i Macèdoni Gaio e Aristarco, compagni di viaggio di Paolo. Paolo voleva presentarsi alla folla, ma i discepoli non glielo permisero. Anche alcuni dei funzionari imperiali, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro. Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; l’assemblea era agitata e i più non sapevano il motivo per cui erano accorsi.
Alcuni della folla fecero intervenire un certo Alessandro, che i Giudei avevano spinto avanti, e Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti all’assemblea. Appena s’accorsero che era giudeo, si misero tutti a gridare in coro per quasi due ore: «Grande è l’Artèmide degli Efesini!». Ma il cancelliere della città calmò la folla e disse: «Abitanti di Èfeso, chi fra gli uomini non sa che la città di Èfeso è custode del tempio della grande Artèmide e della sua statua caduta dal cielo? Poiché questi fatti sono incontestabili, è necessario che stiate calmi e non compiate gesti inconsulti. Voi avete condotto qui questi uomini, che non hanno profanato il tempio né hanno bestemmiato la nostra dea. Perciò, se Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno delle ragioni da far valere contro qualcuno, esistono per questo i tribunali e vi sono i proconsoli: si citino in giudizio l’un l’altro. Se poi desiderate qualche altra cosa, si deciderà nell’assemblea legittima. C’è infatti il rischio di essere accusati di sedizione per l’accaduto di oggi, non essendoci alcun motivo con cui possiamo giustificare questo assembramento». Detto questo, sciolse l’assemblea.

È a questo punto, come una goccia che fa traboccare il vaso, che Luca inserisce il racconto, ironico e a tratti spassoso, del “grande tumulto” che si genera a Efeso in reazione al successo che la predicazione di Paolo sta riscuotendo: il già progettato viaggio verso la Macedonia e l’Acaia ora non potrà più essere rinviato. Tutto nasce, come spesso accade, non da più o meno nobili preoccupazioni per il prestigio della tanto venerata Artemide, ma dal concreto timore che il “rinsavimento” prodotto in molti dalle parole di Paolo, che predicando il vangelo mostra la ridicola inconsistenza del culto idolatrico, faccia crollare il business dell’oggettistica religiosa e l’indotto commerciale del grande santuario. Demetrio è il leader di questa reazione “di categoria”: egli, senza nemmeno per un momento chiedersi se l’idea che “non siano dèi quelli fabbricati da mani d’uomo” abbia senso, raduna una prima assemblea di produttori e commercianti per fare qualcosa e scongiurare il pericolo di veder svanire i propri interessi economici. Nelle parole di Demetrio c’è tutta l’ironia di Luca, e anche il sarcasmo tipico della tradizione profetica biblica nei confronti di quella distorsione del giudizio e insulsaggine cui porta l’idolatria, che è poi il culto di se stessi: è un tutt’uno la difesa del proprio prestigio e guadagno, da una parte, e il timore che “venga distrutta la grandezza di colei che tutta l’Asia e il mondo intero venerano” (che grandezza è allora se si rivela così fragile…!?). La paura per il benessere minacciato, mista ad un senso tribale di orgoglio identitario (che con lo slogan giusto fa da innesco…!), mette in agitazione l’intera città che si precipita nel teatro, trascinando ovviamente il capro espiatorio, che, in assenza di Paolo, sono due suoi compagni di viaggio Gaio e Aristarco. Da notare come, in questa grandiosa e terrificante celebrazione dell’identità e dell’appartenenza “efesina”, chi ci va di mezzo sono due discepoli, che Luca sottolinea essere, ovviamente, degli “stranieri”, di Macedonia. Nel frattempo discepoli e amici importanti fanno pressione su Paolo tanto da impedirgli di presentarsi… beh, diciamo che di solito la sua presenza non calma gli animi! La folla in subbuglio è descritta con poche pennellate di grande efficacia e ironia: circolano emozioni forti e tanta confusione, parole disparate e “i più non sapevano il motivo per cui erano accorsi”. Sembra la descrizione al vivo di tante piazze della storia fino alle nostre cronache: un gruppo che difende i propri interessi, che fa leva sulla paura e il senso dell’identità minacciata della folla, l’aggiunta dell’elemento religioso, lo slogan che dà voce a tutto questo, unifica e allenta la capacità critica individuale. Disagio economico, paura dell’invasione, rosario in mano e “prima gli italiani!”: e il gioco è fatto. In questo contesto così esplosivo è facile che la rabbia si scagli non solo contro Paolo e i discepoli, ma anche contro quanti gli “assomigliano”: i Giudei. Del resto la critica al culto idolatrico non era certo una novità cristiana, ma era pienamente condivisa dalla sinagoga. Evidentemente però l’equilibrio era stato rotto proprio da questi cristiani arrivati da poco, pieni di entusiasmo e forza attrattiva. Per questo i Giudei, che avevano mantenuto un profilo più basso, ora spingono “un certo Alessandro” a intervenire, nel tentativo di distinguersi da Paolo e dagli altri discepoli, ed evitare così di divenire anch’essi bersaglio della violenza della folla. Ma tutto è inutile; anzi il tentativo (non è quello che accade spesso in questi casi…?) produce l’effetto contrario: “appena s’accorsero che era giudeo, si misero tutti a gridare in coro per quasi due ore: Grande è l’Artemide degli Efesini!”. A questo punto, da questo stato di esaltazione simbiotica e violenta, solo l’intervento della pubblica autorità è in grado di far tornare, faticosamente, le folle alla calma. Le parole del cancelliere sono un capolavoro di tattica: per prima cosa conferma pienamente il sentire della folla, dandole quello che vuole, anzi, dicendo che non c’è alcun bisogno di far valere quel che nessuno mai metterebbe in dubbio, dal momento che “questi fatti (il tempio della grande Artemide e la sua statua caduta dal cielo) sono incontestabili” (e qui si sente Luca che ride di gusto…!). A questo punto il cancelliere può portare qualche argomento: questi uomini che avete portato non sono effettivamente pericolosi; se hanno fatto qualcosa ci sono i tribunali (Luca ha grande stima per questo “Stato di diritto” dell’Impero Romano!); c’è un’assemblea legittima in cui parlare insieme delle cose; e infine, come argomento decisivo, “c’è il rischio di essere accusati di sedizione per l’accaduto di oggi”. Alla fine, dopo aver un po’ ridimensionato la portata delle paure che si erano scatenate nella pancia delle folle, il modo che il cancelliere ha per scacciarle davvero è paventarne una maggiore e più concreta: l’intervento dell’esercito romano per spegnere un assembramento giudicato sedizioso con l’uso della forza. Il quadro con cui Luca ci ha intrattenuto, descrivendoci l’eterna dinamica della folla impaurita e violenta, è anche un monito: non solo perché ci ricorda che il vangelo ci aiuta a ragionare quando tutti danno di matto manipolati dalla fabbrica della paura, ma anche che nell’essere “assemblea” pure la Chiesa rischia, quand’è o si pensa “maggioranza”, di ospitare, innescare o nutrire, sentendosi in pericolo, gli stessi “dispositivi di emergenza”, le stesse dinamiche di appartenenza identitaria, paranoica e violenta. Vegliate!