Collatio 1-8-2020

Atti 26,1-11

Agrippa disse a Paolo: “Ti è concesso di parlare a tua difesa”. Allora Paolo, fatto cenno con la mano, si difese così: “Mi considero fortunato, o re Agrippa, di potermi difendere oggi da tutto ciò di cui vengo accusato dai Giudei, davanti a te, che conosci a perfezione tutte le usanze e le questioni riguardanti i Giudei. Perciò ti prego di ascoltarmi con pazienza.

La mia vita, fin dalla giovinezza, vissuta sempre tra i miei connazionali e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei; essi sanno pure da tempo, se vogliono darne testimonianza, che, come fariseo, sono vissuto secondo la setta più rigida della nostra religione. E ora sto qui sotto processo a motivo della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri, e che le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuta, servendo Dio notte e giorno con perseveranza. A motivo di questa speranza, o re, sono ora accusato dai Giudei! Perché fra voi è considerato incredibile che Dio risusciti i morti?
Eppure anche io ritenni mio dovere compiere molte cose ostili contro il nome di Gesù il Nazareno. Così ho fatto a Gerusalemme: molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con il potere avuto dai capi dei sacerdoti e, quando venivano messi a morte, anche io ho dato il mio voto. In tutte le sinagoghe cercavo spesso di costringerli con le torture a bestemmiare e, nel colmo del mio furore contro di loro, davo loro la caccia perfino nelle città straniere.

Agrippa dà la parola a Paolo, letteralmente dicendo: “Ti è concesso parlare di te stesso”. È quello che avverrà: la “difesa” di Paolo sarà un nuovo racconto della sua vita, prima, durante e dopo l’incontro con Gesù. Per Paolo parlare “di sé” significa raccontare come Gesù rivelandosi a lui è diventato Signore della sua personale esistenza, senso ultimo del cammino di tutta la sua vita. In questo modo ci viene presentato per la terza volta il racconto della vocazione di Paolo (e questo non è certo un caso per un abile narratore come Luca), ma con una evidente asimmetria: la prima volta (9,1-19) è il racconto degli eventi “in diretta” fatto da Luca, mentre queste due ultime volte è lo stesso Paolo a narrare il suo incontro con Gesù, una prima volta a Gerusalemme, sui gradini della scalinata che dal tempio porta alla fortezza Antonia, davanti alla folla inferocita dei Giudei (22,1-21), e ora qui a Cesarea, nella residenza del governatore romano, davanti a un’assemblea di potenti e nobili pagani, annoiati e distratti, che devono decidere della sua sorte, dopo due anni di ingiusta carcerazione. Per Paolo, ancora una volta, fare la sua difesa significa annunciare Gesù, perché la sua vita è indissolubilmente intrecciata con quella di Lui. E questo, paradossalmente, è ancor più messo in evidenza dalla necessità di doversi difendere in giudizio, perché qui è lui sotto processo. Nei due lunghi anni di detenzione a Cesarea Paolo ha dovuto meditare molto sul senso del suo percorso, che da missionario instancabile ora lo vede bloccato nelle burocrazie dell’impero, inerte, dentro il gioco degli equilibri del potere. Ora può prendere la parola, e con un gesto umile e autorevole chiede attenzione. È quello che chiede anche al re Agrippa: “ti prego di ascoltarmi con cuore largo (tradotto: con pazienza)”. Paolo sta per affidare al distratto consesso di potenti che ha davanti il racconto intimo della sua vita; così comincia: “la mia vita…”. Ma non c’è imbarazzo né timidezza. Paolo ha fatto pace con la sua storia, l’ha attraversata con limpidezza e anche dolore, ma soprattutto con la luce della sua fede in Gesù. L’attenzione che chiede corrisponde alla consapevolezza che per i suoi ascoltatori (non importa quanto grandi e potenti siano!) questo momento rappresenta la loro grande occasione per accogliere la salvezza di Gesù, il perdono di Dio, una vita nuova nella forza dello Spirito. Sono loro che hanno bisogno di lui, di ciò che porta, non lui del loro favore. Paolo sa che ciò che di più prezioso possiede lo sta consegnando come potenza decisiva di vita, di verità e di bene per tutti, e che questa offerta è suprema, proprio perché è un tutt’uno con la consegna di se stesso. Paolo non ha rinnegato il suo popolo, la sua appartenenza a Israele, le sue radici di fede. Anzi, tutto il suo percorso è un approfondimento sempre più intimo di quella “speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri”, rivelata a lui pienamente in Gesù risorto e per la quale ora è accusato: la speranza di una vita piena nel Signore, della vittoria sul male e sulla morte. Non è questo che “le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuto, servendo Dio notte e giorno con perseveranza?”. Come mai i Giudei mi perseguitano per questo (quanto amore e quanto dolore c’è in questa fedeltà di Paolo a Israele fino alla fine!), e voi pagani considerate questa speranza di risurrezione semplicemente incredibile? Paolo lo sa bene: la conversione a Gesù risorto e vivo non non sarà mai semplicemente l’esito ideologico di una elaborazione filosofica o di una interpretazione delle Scritture; è essenzialmente il frutto di un incontro con Colui che è il Signore. Paolo stesso ha pensato di perseguitare il nome di Gesù con tutte le sue forze, ritenendolo una minaccia per l’identità religiosa di Israele, proprio come ora fanno i suoi oppositori (con carcere e sentenze di morte!). Paolo non si descrive con mezzi termini, non accampa attenuanti, non si rappresenta come la vittima innocente di una congiura contro di lui: sa bene e confessa di aver fatto di tutto, di aver usato anche esplicitamente la violenza per contrastare “i santi” (tradotto con “fedeli”). Solo il Signore, incontrandolo, ha smontato il falso artificio delle sue convinzioni. E ora è qui per annunciarlo.