Collatio 13-8-2020

Atti 28,23-31

E, avendo fissato con lui un giorno, molti vennero da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano.

Essendo in disaccordo fra di loro, se ne andavano via, mentre Paolo diceva quest’unica parola: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per mezzo del profeta Isaia, ai vostri padri:
Va’ da questo popolo e di’:
Udrete, sì, ma non comprenderete;
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano, e io li guarisca!
Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!». [..]
Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.

La visita di “molti” Giudei presso la casa di Paolo a Roma è l’ultima scena del libro degli Atti. L’Apostolo anche qui comincia da loro, suoi connazionali, e popolo di Dio, perché accolgano Gesù come il Messia promesso dalle Scritture e atteso, con una rinnovata instancabile dedizione (“dal mattino alla sera”). Come già il vecchio Simeone aveva annunciato a Maria all’inizio del Vangelo a proposito di Gesù, così è per l’annuncio di Paolo: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione (lett. è “segno contraddetto”, come qui al v. 22 i Giudei avevano parlato a Paolo della comunità dei discepoli come di una “setta… che ovunque trova opposizione”, lett. “è contraddetta”) , – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Insomma: l’annuncio dell’amore di Dio rivelato in Gesù riceve il rifiuto di tanti, prima di tutto nel suo stesso popolo di Israele. Anche qui a fronte di alcuni che sono persuasi da Paolo, “altri invece non credevano”: si genera una “a-sintonia” (così letteralmente) che è la spada che trafigge l’anima e davanti alla quale si scopre tutta la nostra resistenza, la nostra cecità, sordità, durezza. Paolo ricorda appunto le parole di Isaia: egli, come i profeti e Gesù, è portatore di una parola che non è accolta (cfr. Lc 4,16-30!), ma proprio in questo modo, misteriosamente, si compie una offerta di salvezza (qui si usa una parola particolare che significa “strumento di salvezza” e che ritroviamo sempre sulle labbra di Simeone in Lc 2,30-32: “i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”) che chiama tutti gli uomini alla fede e alla conversione. Israele non è condannato (non è certo questo il senso delle parole del profeta!), ma ancora una volta richiamato alla sua vocazione di “luce delle nazioni” (Is 49,6) attraverso la conversione a Gesù. Luca qui dice che Paolo “diceva una sola parola”: sembra che l’ultima immagine che gli Atti ci vogliono lasciare di Paolo sia quella di un uomo interamente trasformato in “una sola parola”, l’annuncio del vangelo nella sua stessa vita. Il racconto non descrive come va a finire la vicenda del processo di Paolo, o il suo glorioso martirio: non è interessato alla agiografia o alla celebrazione del grande apostolo fine a se stessa. Quel che è ancora una volta celebrato è il Signore, e la potenza di salvezza del Vangelo, che da questa casa dove Paolo rimane per due anni, si proietta su tutti i discepoli che realizzeranno nella loro vita la sequela di Gesù e su tutte le generazioni future fino al glorioso ritorno del Signore. Paolo è ora un uomo interamente trasformato da Gesù: accoglie tutti quelli che vengono a lui “annunciando il Regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo”. Davvero in lui, in catene, il vangelo può correre libero, attraverso un cuore e una umanità resa così trasparente nel servizio del vangelo da non opporre più alcun impedimento. Gli Atti ci lasciano con una storia “senza conclusione”, perché è la stessa storia nella quale siamo immersi e che chiede compimento nella concretezza della nostra vita personale e comunitaria.