Collatio 12-8-2020

Atti 28,11-22

Dopo tre mesi salpammo con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma.

I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.
Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia.
Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». Essi gli risposero: «Noi non abbiamo ricevuto alcuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi: di questa setta infatti sappiamo che ovunque essa trova opposizione».

Passato l’inverno a Malta, appena la stagione permette la ripresa dei collegamenti marittimi, ci si imbarca per l’Italia. A Pozzuoli Paolo e i compagni trovano dei fratelli e qui passano una settimana loro ospiti (evidentemente la “prigionia” di Paolo era molto flessibile). Anche arrivando a Roma altri fratelli, che nel frattempo erano stati avvertiti, vanno loro incontro. Questo momento di riunione con i fratelli al Foro di Appio e alle Tre Taverne è per Paolo un’occasione di gioia, di consolazione, di rendimento di grazie e di incoraggiamento. Lui che durante il viaggio e il naufragio ha dato fiducia tutti, ora riceve coraggio dai fratelli (cfr. Rm 1,11-12). È un uomo che sa dare quando è il momento, senza tante storie, e che sa ricevere, con semplicità e gratitudine. A Roma Paolo ha una certa libertà che gli permette di avere una casa, scortato da un soldato. Qui dopo appena tre giorni dal suo arrivo convoca i notabili dei Giudei lì residenti, per una specie di riassunto di tutto il suo percorso. Il suo annuncio passa ora indissolubilmente per la testimonianza della sua vita e della sua innocenza. Sa che deve fare i conti con Israele, il suo popolo e il popolo di Dio, al quale prima di tutto è stato inviato Gesù. Non è un’ostinazione. Non ci potrà essere una Chiesa sparsa nel mondo e fedele al Signore se non con questa chiara consapevolezza di essere innestata sulle promesse date a Israele. La fede in Gesù non è altra cosa dalla “speranza di Israele” per la quale Paolo è in catene. Egli ci tiene a dire ai Giudei radunati che il suo appellarsi a Cesare è stato un atto obbligato, ma non ha voluto, con questo, “muovere accuse” contro Israele. Purtroppo sappiamo come una chiesa fatta di gentili ha presto dimenticato questo debito (cfr. i bellissimi e intensi capitoli 9-11 della lettera ai Romani sul rapporto con Israele). Rimane il paradosso comunque anche di una chiesa che, nella misura della sua fedeltà a Gesù, proprio mentre semina la pace, “ovunque trova opposizione”.