Collatio 11-8-2020

Atti 28,1-10

Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo.

Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: «Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere». Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio.
Là vicino vi erano i possedimenti appartenenti al governatore dell’isola, di nome Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. Avvenne che il padre di Publio giacesse a letto, colpito da febbri e da dissenteria; Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti. Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario.

I naufraghi sbarcano a Malta, e Paolo si ritrova su di un’isola che rappresenta un mondo molto lontano da Gerusalemme, dalla cultura biblica, e dalle tensioni religiose e politiche dalle quali proviene (sono detti “barbari” proprio a sottolinearne la distanza). Sembra la descrizione di un’umanità “buona e selvaggia”, secondo il topos letterario tipico del naufragio e dell’approdo fortunoso su di un’isola meravigliosa e pacifica che vive in una specie di “stato di natura” (dall’Odissea in poi). Il tratto di questi abitanti di Malta è innanzitutto quello di un’accoglienza caratterizzata da “rara umanità” (letteralmente: “filantropia”). Certo impressiona come questi stessi luoghi siano ora al centro di quel teatro di disperazione e interessi internazionali, il Mediterraneo, così impoverito di “umanità”… La scena sembra davanti ai nostri occhi: la pioggia, il freddo, e questo fuoco acceso per scaldare e rinfrancare i naufraghi. Tra di loro Paolo, che in modo molto semplice dà il suo umile contributo per cercare la legna e alimentare il fuoco. Tutto si svolge con un senso di solidarietà e di comune umanità, al di là di culture, nazionalità e religioni diverse, che ci sembra davvero come un nuovo inizio di convivenza buona e promettente. Ma i pericoli non sono finiti: ecco il serpente, ed è inutile qui esplicitare quanta memoria biblica sia qui evocata. Gli abitanti reagiscono, alla vista del serpente che pende dalla mano di Paolo, con la tipica “ingenuità” del selvaggio, che poi nutre la nostra stessa cultura popolare e i nostri proverbi, per cui il male alla fine si abbatte sul colpevole, in una specie di implacabile necessità dalla quale non si può sfuggire. Ma qui ecco l’umanità nuova: non quella un po’ primordiale e infantile degli abitanti dell’isola, ma quella naufragata e salvata di Paolo, che ha vissuto con fede e con amore la sua “Pasqua” da innocente in comunione con Gesù. Per questo il serpente non può fargli alcun male. Aveva detto Gesù ai suoi discepoli inviati: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi”. Ancora una volta la reazione degli abitanti è piena di stupore e ingenuità: “cambiarono parere e dicevano che egli era un dio”. Questa reazione ci ricorda quello che era successo a Listra (14,8-18) nel primo viaggio missionario di Paolo con Barnaba, quando erano stati acclamati come dèi. Eppure qui il clima è tutto diverso: non c’è clamore, agitazione da parte dei maltesi, e neppure Paolo si straccia le vesti. Anzi Paolo qui non dice nulla. In tutta questa permanenza di Paolo a Malta non sono registrate le sua parole, o un tentativo di annuncio… c’è semplicemente il suo “fare del bene”, come al padre del governatore Publio e a tutta la gente che poi accorre per portare i malati. Tornano alla mente le parole con cui Pietro si era rivolto al centurione Cornelio a Cesarea, parlandogli di Gesù, che “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (10,38). Ecco qui Paolo passa per quest’isola accettando, insieme a tutti i suoi compagni di viaggio, la generosa accoglienza che viene loro riservata e semplicemente condividendo il bene di cura, di guarigione e di salvezza ricevuto da Gesù e sperimentato così intensamente nella vicenda del naufragio. Il brano si chiude con un riferimento ad un’ultimo segno di generosità da parte degli abitanti dell’isola, che riforniscono i naufraghi del necessario per la ripresa del loro viaggio, oltre che di “molti onori”. È bello anche questo riferimento all’onore dato, come ad una dimensione così importante nelle relazioni di ospitalità per la tessitura di una umanità riconciliata. Paolo non è qui un’annunciatore, se non con la sua semplice testimonianza, con la sua vita buona, con il suo concreto prendersi cura degli altri. Ci sono tanti uomini e donne che vivono, come questi maltesi, questa dimensione di ospitalità e obbedienza alla loro coscienza e umanità, anche senza conoscere o credere in Gesù. Come Paolo nessun cristiano ritenga di potersi esimere, come in una specie di paradossale e ingannevole privilegio, all’impegno di rispondere a questa chiamata universale alla “filantropia”, fatta di ospitalità reciproca, di compassione, di gentilezza, di aiuto concreto nel bisogno.