Collatio Marco 4,10-20

Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole,

affinché
guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato”.
E disse loro: “Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno”.

Improvvisamente, dalla barca davanti alla spiaggia gremita, la narrazione si sposta a un luogo in disparte, dove si ritrova con Gesù un gruppetto “qualificato”, cioè “quelli che erano intorno a lui” (cfr. 3,31-35) insieme ai dodici (3,13-19). Essi lo interrogano sulle parabole. Dalle risposte di Gesù possiamo immaginare che Marco con questa espressione intenda sia sul “perché” Gesù parli in parabole, sia sul loro significato. Ed è qui che Gesù consegna ai suoi più intimi una parola importante: c’è una linea di separazione che divide “voi” e “quelli che sono di fuori” (cfr. 3,31-32!). Coloro che hanno accolto l’annuncio del vangelo e hanno creduto sono i destinatari di un dono da parte di Dio (“è stato dato”), del quale Gesù innanzitutto “prende atto”. L’annuncio del regno di Dio è un “mistero”, una realtà vitale e illuminante nella quale lasciarsi introdurre e immergere interamente, che abbraccia il tutto, e che si sottrae ad ogni umano tentativo di riduzione ad una idea, ad un oggetto da capire o fabbricare. Viceversa, rimanere “al di fuori” significa vivere in un mondo indecifrabile, un rebus nel quale “tutto avviene in parabole”. È così che il “mistero” si protegge dalla prepotenza dello sguardo e della pretesa di capire, di controllare, di possedere: “affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano…”. Il dono del mistero del regno può essere solo esperienza di conversione e di perdono, non di conquista o di giudizio dal di fuori (“è fuori di sé!… è posseduto da uno spirito impuro!…” 3,21.30). Parlare in parabole significa vivere quella dimensione di distanza (come la barca) e di inattingibilità, che solo se accettata e attraversata apre al dono. Senza l’accettazione della propria impossibilità a vedere e a comprendere non si è in grado di cogliere il confine che separa come appello ad aprirsi ad uno sguardo “altro”. La parabola è dunque ostacolo che può scoraggiare o incuriosire, perché mette in discussione le premesse stesse dell’ascoltatore, la sua disposizione interiore. Del resto anche il gruppo dei discepoli riuniti per interrogare Gesù, e a cui “è stato dato il mistero del regno di Dio”, non comprende, perché ha bisogno di compiere un passaggio di conversione: “Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole?”. Questa parabola nella quale Gesù rappresenta poeticamente l’avventura del vangelo che lui stesso sta sperimentando, è la chiave fondamentale per il resto. Per i discepoli che si incuriosiscono e interrogano Gesù, c’è bisogno di una spiegazione, come per noi. Una penetrazione più profonda che ci mostri l’attualità sempre nuova di quella Parola. Una parola che riguarda, appunto, il “mistero” stesso della comunicazione: “il seminatore semina la parola”. Come avviene che a quella stessa parola siano riservate delle sorti così diverse? Che cosa succede per cui a volte non sembra neppure giungere davvero al cuore dell’altro, altre volte nonostante l’entusiasmo iniziale poi si perde, altre volte rimane soffocata in mezzo a tanto altro, o qualche volta invece può portare un frutto grande e sorprendente? Sembra un percorso difficile, ostacolato, non scontato, che incontra in tanti modi il fallimento, seppure all’orizzonte ci sia la gioia del raccolto. Questa parola non è come le altre, è la Parola stessa di Dio, che entra nel mondo per un suo atto di amore generoso e gratuito. Dio stesso è il seminatore, il principio primo di questo movimento di semina. Gesù semina la parola di Dio, e con lui ogni annunciatore è “seminatore”, e deve divenire consapevole di questa dinamica misteriosa di potenza e fallimento del vangelo nei cuori. Un fallimento a volte così enigmatico che Gesù per prima cosa l’attribuisce all’azione stessa di Satana: è a motivo suo che a volte questa parola seppur ascoltata non è neppure inizialmente accolta. Gesù non ne fa una questione “morale”: semplicemente accade così, è davanti ai suoi occhi. La parola non è inizialmente accolta o respinta per predisposizioni soggettive particolari: semplicemente a qualcuno, quelli “sulla strada”, è portata via da Satana prima che trovi spazio nel cuore. La responsabilità comincia dal momento in cui la parola ascoltata è accolta. E qui per Gesù sono due i modi per i quali fallisce e non porta frutto: mancanza di radice e mancanza di spazio. Ci sono avversità da attraversare e ostacoli sia “esterni” che “interni”: oltre al male “in persona” (Satana, che subito porta via la parola impedendone l’accoglienza) c’è un male che viene “dal di fuori” (tribolazioni e persecuzioni) e un male che viene “dal di dentro” (preoccupazioni del mondo, seduzione della ricchezza e le altre cupidigie). Qui certo c’è la libertà con la quale si risponde al dono: la perseveranza davanti alle avversità e la purificazione del cuore “infiltrato” dagli affetti del mondo che lo occupano e soffocano. Per chi ha accolto la Parola con gioia è necessario crescere nella speranza attraversando le fatiche, mettendo radici profonde e reggendo alle tribolazioni che sopraggiungono (che in un modo o nell’altro ci colpiscono tutti: il punto non sta nel tentativo di scansarle, ma nel dove e quanto profondamente siamo fondati! cfr. Lc 6,46-49!), altrimenti anche la fede, nel tempo in cui non “conviene”, viene meno. E così è per i rovi del cuore: se non si accetta un cammino di purificazione, di povertà e di castità dell’anima, la parola germogliata e radicata non ha lo spazio “Interno” per espandersi in frutti di carità e semplicemente soffoca. Il terreno buono dunque è quello bonificato dalla parola. Il frutto non sarà il prodotto dei nostri sforzi, ma la fecondità della Parola stessa in un cuore profondo e liberato.