Collatio Marco 4,21-25

Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro?

Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Altre due piccole parabole, date in privato al gruppo dei discepoli, stanno al centro del capitolo e ne riassumono il paradosso fondamentale della dinamica dono-responsabilità. La loro ambientazione è casalinga (la lampada, la misura) a differenza delle parabole “all’aperto” che prima e dopo le circondano e che riguardano l’immaginario della semina. Sembra che al cuore di tutto, anche al cuore della “casa” (la comunità riunita e l’anima di ciascuno), vi sia la potenza irresistibile di una luce che viene e al tempo stesso la possibilità che questo dono ci venga tolto. Per prima cosa c’è dunque un “viene”, che all’inizio del vangelo aveva descritto l’apparire di Gesù all’interno della narrazione (1,9). Questa lampada è dunque prima di tutto Lui stesso, e la Parola di cui è portatore. Una luce effusiva di sè, che non può non illuminare, come il seminatore non può non seminare. È il tempo di una rivelazione da parte di Dio che non può essere ostacolata, è un risplendere pieno, presente, necessario, che si impone in modo ineluttabile. “Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!”: l’invito è semplicemente alla meraviglia per ciò che è annunciato come dono che non conosce ostacoli, una irruzione di Dio che riempie il mondo e davanti alla quale ci si può solo lasciare inondare dallo stupore e dalla gratitudine. Eppure, anche, l’invito alla meraviglia si intreccia con la responsabilità: “ascolti!”. Non ci si può non aprire al dono! Porgere l’orecchio significa vedere, rendersi conto di ciò che viene a noi, del tesoro prezioso che ci è offerto, e quindi dell’ascolto largo e generoso che ci viene richiesto. Così comincia questa seconda piccola parabola che è un tutt’uno con la prima: “Fate attenzione a ciò/come (si può intendere in entrambi i modi) ascoltate!”. Se la luce viene donandosi senza riserve, allora la gratitudine si trasformerà in accoglienza e in ascolto attento, sovrabbondante, gratuito. E qui certo c’è la responsabilità, cioè la capacità di rispondere, e il giudizio. Ci troviamo senza nulla se disprezziamo il dono, se lo consideriamo scontato, dato una volta per tutte, come qualcosa in nostro possesso. È una luce che certamente viene, ma che continuamente dobbiamo supplicare e ricevere e accogliere, per rientrare nella logica del dono, che è sempre ancora più abbondante per chi è generoso nell’accoglierlo. Non c’è dunque una modalità fissa, “contrattualizzata”. O si “esagera”, si va “oltre”, per un ascolto e un’apertura dominati dall’amore, perché si coglie che il dono offerto è di sua natura eccessivo e stupefacente, e allora si continua a crescere, oppure si calcola, si “sindacalizza” la relazione con la Parola, la si fa diventare una pratica religiosa, una devota “concessione” alle pretese di Dio, si è concentrati su di sè e sulla propria virtù, e allora semplicemente la si perde.