Collatio Marco 6,45-56

E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare.

Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.
Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Cos’avrà in mente Gesù che con tanta decisione obbliga i suoi discepoli (riluttanti?) a salire sulla barca e a precederlo dall’altra parte? La direzione è Betsàida, ma vedremo come questa meta sarà in realtà raggiunta solo dopo diverse peripezie (in 8,22!). C’è qualcosa che i discepoli devono attraversare, controvoglia, e senza di Lui. Gesù nel frattempo si dedica ai due grandi orizzonti della sua missione condivisa con i discepoli: le folle e, salendo sul monte per la preghiera, Dio. La scena è ora intensamente evocativa: la barca dei discepoli che si affanna nel mezzo del lago contro vento, e la stabile presenza di Gesù, solo, a terra. Quel che Gesù rivelerà di sé passando davanti a loro (tradotto con “oltrepassarli”, ma è il verbo “tecnico” della rivelazione di Dio nelle Scritture! così per Mosè, per Elia e per Giobbe: cfr. Es 33,19.22; 34,6; 1Re 19,11; Gb 9,8.11) dovrà raggiungerli nel punto estremo della tribolazione, della notte (è l’ultima veglia, quella più difficile, quando finiscono le energie e solo il Signore può ribaltare la situazione…) e dell’abbandono. I discepoli sembrano fare un’esperienza in due tappe: una prima impressione confusa (è un fantasma!) che li fa gridare, e poi un vederlo, un “metterlo a fuoco”, che li riempie però di spiazzamento e di terrore, come davanti a qualcosa di troppo grande. Gesù passando davanti a loro, camminando sulle acque, rivela la sua signoria misteriosa, la sua qualità divina. È solo la sua parola che può rassicurarli e permettere loro di accoglierlo sulla barca: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Come i discepoli, anche i lettori, noi, dobbiamo sapere che proprio lì, al cuore del nostro travaglio, quando ci sentiamo perduti e abbandonati, Gesù è accanto a noi, con tutta la forza della sua vittoria sul male: Egli ci assicura la sua presenza, ci incoraggia e ci guarisce dalla paura, perché gli facciamo spazio sulla nostra barca e ritroviamo profondamente pace. Quel che succede però incontra nei discepoli una meraviglia che non è qui sintomo di stupore davanti ad una rivelazione divina, ma è collegata ad una “durezza di cuore”, perché “non avevano compreso il fatto dei pani”. Già i discepoli avevano denunciato la loro fatica a comprendere davanti al parlare in parabole di Gesù (Mc 4,10-13)… e qui la loro incomprensione fa da specchio alla paura e alla fatica del lettore, che si rende conto che per quanto si sforzi di comprendere ancora ha paura e non capisce. Gesù si sta rivelando, ma la sua rivelazione è più grande della capacità di comprendere, non solo delle folle, ma anche dei discepoli come del lettore! Gesù, come il “fatto dei pani”, non è qualcosa che può essere semplicemente “capito”, ma accolto, attraversando lo scandalo e la durezza dell’incomprensione. “Marco drammatizza il processo della conoscenza fino a un parossismo quasi insopportabile. Si tratta di comprendere che, senza abbandonare tutto, anche intellettualmente, si resterà sempre “fuori”, senza relazione autentica con Colui che si rivela. L’abbandono perfetto coincide con la fede che spera tutti dall’Altro” (B. Standaert). Ed ecco ora la descrizione dell’approdo a Gennèsaret (i discepoli, a motivo della loro incomprensione, devono ancora girare perché non sono ancora pronti per la meta finale di Betsaida? effettivamente quando la raggiungeranno ci sarà la professione di fede…): è incredibile qui questa descrizione della folla che “riconosce” Gesù, in contrappunto evidente con la durezza di cuore dei discepoli! L’accorrere di tutti, portando i malati, supplicando di poterlo toccare, anche solo la frangia del mantello (il fiocco blu celeste o violetto, con quattro nappe, posto alle estremità del mantello, portato dalle persone pie, secondo la prescrizione di Nm 15,38s: evidentemente usanza seguita da Gesù!), il loro toccarlo e guarire, anzi trovare salvezza… indica una relazione immediata e intensissima tra Gesù e la povera gente, mentre i discepoli, che condividono la sua vita e la sua missione, devono faticare…