Collatio Marco 16,14-20

Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto.

E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

La terza volta è quella buona? …finalmente Gesù appare direttamente agli Undici, sdraiati a tavola, li rimprovera per la loro incredulità e li invia. È ora di alzarsi e di aprirsi alla sua presenza viva e mobilitante! La fede è per loro un passaggio dall’incredulità al credere e un superamento della durezza di cuore. E così sarà sempre, per tutti: non una condizione, ma una continua conversione. Il Cristo risorto viene a mostrarci la stoltezza della nostra chiusura a lui, alla sua presenza vivente, testimoniata da coloro che lo hanno visto risuscitato. Credere è un tutt’uno con l’andare e il divenire annunciatori. E ormai non ci sono più limiti: tutto il mondo ci sta davanti e tutta la creazione attende la rivelazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19)! Sì, perché credere non è una semplice adesione dell’intelletto o un proposito della volontà; credere è un lasciarci “battezzare”, cioè immergere nel mistero di Gesù, significa lasciarsi afferrare da Lui, accettare di prendere la propria croce, spogliarsi dell’uomo vecchio rinnegando sè stessi, accogliere il suo amore offerto fino in fondo, entrare nella sua umiliazione, nella sua morte e sepoltura, per uscire a vita nuova ed essere rivestiti di Lui: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). È questo vangelo vivente che il mondo e tutta la creazione attendono (cfr. 1,13!). Non credere significa invece rimanere inaccessibili all’urgenza dello Spirito che trasforma ogni cosa: la condanna non sarà qualcosa che si aggiunge, ma è questo stesso non credere, perché è rimanere chiusi nei limiti della propria ostinata autosufficienza. Non ci sono segni per chi non crede, ma per chi crede e si immerge nella novità di Dio donata in Gesù allora si comincia a vedere e a riconoscere l’inizio del mondo nuovo: la liberazione dalla schiavitù del demonio, nuove parole, una creazione riconciliata e la guarigione. Ormai il cielo squarciato (1,10!) accoglie la presenza gloriosa di Gesù risorto divenuto “Kyrios”, Signore seduto alla destra di Dio (Sal 110!): egli “non è qui” (16,6) da qualche parte, ma è la Presenza, che agisce insieme a coloro che hanno creduto in Lui e che per questo partono (sono sempre in partenza!) e predicano (con quel che sono diventati) senza più barriere, dappertutto, accompagnati dai segni meravigliosi della fede.