Collatio 13-11-2018

Matteo 26,47-56

Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

La Parola di Gesù con cui si era chiusa la pericope di ieri (“Ecco, colui che mi tradisce è vicino”), sembra dare effettivamente il via al precipitarsi degli eventi. Anzi è proprio “nel dire” di Gesù che Giuda (per l’ennesima volta ricordato, dolorosamente, come “uno dei dodici”) viene, con la grande folla armata da parte dei capi. Gesù è ancora, pienamente, al centro degli eventi. In questa scena sono tre i momenti che ruotano attorno a Lui e nei quali dice una parola decisiva. Prima di tutto il bacio di Giuda che accompagna il suo saluto, come segno per l’arresto. Gesù sta di fronte a questo gesto di intimità e alleanza, in cui si nasconde il tradimento, con la mitezza e la autorità di chi smaschera l’inganno mentre ne accetta le conseguenze. Le mani sono su di Lui, quelle mani nelle quali è consegnato e alle quali lui stesso si consegna (17,22; 26,45). Poi c’è il gesto di reazione, scomposto e violento, quasi disperato, di uno dei discepoli, che brandisce la spada, perché non vuole, non può accettare che le cose vadano davvero così. E Gesù, al centro della scena e pienamente presente a sé stesso e a quello che accade, consapevole del suo potere presso il cielo, indica la via sua e di chi lo segue: ciò che adempie le Scritture e la volontà del Padre è la rinuncia radicale ad ogni forma di violenza perché la violenza stessa sia sradicata con la mitezza, il male con il bene (Rm 12,21). Infine Gesù rivolge un’ultima parola piena di forza a questa folla armata (e spaventata…!) che è venuta a prenderlo, sfruttando il ritiro di Gesù in luogo in disparte, fuori da Gerusalemme, e con la complicità dell’identificazione da parte di Giuda: il riferimento di Gesù al suo insegnare pubblicamente e liberamente nel tempio è una denuncia delle trame nascoste e pavide dei capi, volte ad evitare troppo clamore (26,5!). Infine il vangelo registra, quasi distrattamente, l’abbandono di Gesù da parte dei discepoli. È lo sconcerto e la fuga davanti alla mitezza piena di forza con cui Egli, ora, irrevocabilmente si consegna.