Collatio 8-1-2019

Isaia 3,1-15

Sì, ecco il Signore, il Signore degli eserciti, toglie a Gerusalemme e a Giuda ogni genere di risorsa, ogni risorsa di pane e ogni risorsa d’acqua,
il prode e il guerriero, il giudice e il profeta, l’indovino e l’anziano,
il comandante di cinquanta e il notabile, il consigliere e il mago astuto e l’esperto d’incantesimi.
Io metterò dei ragazzi come loro capi, dei monelli li domineranno.

Il popolo userà violenza: l’uno contro l’altro, individuo contro individuo; il giovane tratterà con arroganza l’anziano, lo spregevole il nobile.
Perché uno afferrerà il fratello nella casa del padre: «Tu hai un mantello: sii nostro capo; prendi in mano questa rovina!».
Ma lui si alzerà in quel giorno per dire: «Non sono un guaritore; nella mia casa non c’è pane né mantello. Non ponetemi a capo del popolo!».
Certo, Gerusalemme va in rovina e Giuda crolla, perché la loro lingua e le loro opere sono contro il Signore, e offendono lo sguardo della sua maestà.
La loro parzialità li condanna ed essi ostentano il loro peccato come Sòdoma: non lo nascondono neppure; disgraziati loro, poiché preparano la loro rovina.
Beato il giusto, perché avrà bene, mangerà il frutto delle sue opere.
Guai all’empio, perché avrà male, secondo l’opera delle sue mani sarà ripagato.
Il mio popolo! Un fanciullo lo tiranneggia e delle donne lo dominano. Popolo mio, le tue guide ti traviano, distruggono la strada che tu percorri.
Il Signore si erge per accusare, egli si presenta per giudicare il suo popolo.
Il Signore inizia il giudizio con gli anziani e i capi del suo popolo: «Voi avete devastato la vigna; le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case.
Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri?». Oracolo del Signore, il Signore degli eserciti.

È difficile resistere alla tentazione di applicare di getto questa intensa pagina di accusa, alle attuali vicende politiche e sociali nostrane e mondiali… oggi forse la chiameremmo la “crisi della classe dirigente”? Per Isaia è la chiara visione di un disastro (“Gerusalemme va in rovina e Giuda crolla”) causato da una incompetenza (“metterò dei ragazzi come loro capi, dei monelli li domineranno”), da una anarchia e da un individualismo egoista e violento che consegna la convivenza umana alla spietata legge del “homo homini lupus”, nel disprezzo del criterio dell’esperienza e del valore. Al centro del brano Isaia ci dipinge lo sketch tragicomico del dialogo tra chi vuole affidare alle mani del “primo che passa” la sorte rovinosa del popolo semplicemente perché ha un mantello, e la risposta di lui che rifiuta dicendo “non sono un guaritore!”, perché in realtà anche lui è nella stessa situazione disperata. La risposta dell’uomo “col mantello” ci apre forse ad una dimensione più profonda: in questa anarchia, in questa mancanza di comando, non c’è bisogno di capi, di una guida forte, c’è bisogno di un guaritore! Nei tempi di crisi si torna sempre fatalmente a vagheggiare il pugno di ferro, il mito virile del capo, del decisionista che mette le cose a posto (con poca memoria storica…!). Ciò di cui Isaia vede il bisogno è invece prima di tutto guarire! È molto più facile attendere una soluzione “magica” che dall’alto risolva i nostri problemi, piuttosto che accettare di mettere in discussione i nostri modelli malati, le nostre pratiche miopi, egoistiche, l’idiozia (letteralmente: “occuparsi del proprio”) della ricerca del proprio solo interesse (“la loro parzialità li condanna”!), senza riconoscere ciò che è giusto, buono, fecondo per il popolo e agli occhi di Dio, ma anzi perdendo persino la vergogna del male, come Sodoma. Isaia ricorda il principio fondamentale della sapienza, che rimane nonostante tutte le menzogne: “beato il giusto, perché avrà bene… guai all’empio, perché avrà male”. La dimenticanza, il disprezzo di questa verità essenziale, porta il popolo alla rovina. Per questo si erge il Signore come giudice, esordendo con una delle espressioni più belle e commoventi: “Il mio popolo!”. C’è tutto il fremito della gelosia e dell’indignazione, che passa attraverso le fibre addolorate del profeta. È il mio popolo! Questo popolo che va in rovina per colpa di capi inetti, empi e avidi, è il mio popolo, e deve essere giudicato, cioè gli deve essere resa finalmente giustizia! Il popolo sono soprattutto i poveri, che i capi hanno derubato e la cui faccia calpestano. Questi poveri cui è stato sottratto non solo i beni, ma anche il volto, la dignità: questi poveri sono i prediletti del Signore! Non per sempre rimarrà impunito chi non ne ha rispetto. Attenti: non è un punto di vista, un suggerimento… è la parola del Signore, il Signore degli eserciti!