Collatio 16-1-2019

Isaia 6,8-13

Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

Egli disse: «Va’ e riferisci a questo popolo: “Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non conoscerete”. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito». Io dissi: «Fino a quando, Signore?». Egli rispose: «Fino a quando le città non siano devastate, senza abitanti, le case senza uomini e la campagna resti deserta e desolata». Il Signore scaccerà la gente e grande sarà l’abbandono nella terra. Ne rimarrà una decima parte, ma sarà ancora preda della distruzione come una quercia e come un terebinto, di cui alla caduta resta il ceppo: seme santo il suo ceppo.

Il profeta dalle labbra bruciate, che accetta la consumazione delle sue parole e dei suoi pensieri, e che è pronto ad avere sulla bocca la parola santa e infuocata di Dio, ora può udire la Sua voce. Il Signore, come re assiso, si rivolge alla sua corte per sapere chi incaricare per una missione difficile, e il profeta si fa avanti: “eccomi, manda me” (cfr. il parallelo interessante di 1Re 22 in particolare i vv. 19-22!). La missione è terribile e paradossale. È chiesto a Isaia di parlare in modo che il popolo aggravi la sua situazione di ottenebramento, e si precipiti verso la rovina. Il popolo non dovrà convertirsi né essere guarito! Per quanto sforzo potrà mettere nell’ascoltare e nell’osservare, sarà tutto inutile. Anzi la parola del profeta dovrà accelerare la condizione di insensibilità e di indurimento di Israele. Il profeta domanda “fino a quando?”, quale termine di misericordia e di salvezza porrà fine a questa condizione di castigo? La risposta è un carbone ardente, è umanamente irricevibile, inascoltabile, è oltre ogni comprensione: la rovina che sta per abbattersi non è un castigo pedagogico, perché il popolo finalmente comprenda, si converta, e sia salvato; è in vista di una completa distruzione, è una sentenza definitiva e inappellabile di morte. Anzi il profeta con la sua missione dovrà assicurare questo esito, in modo che il Signore non si intenerisca di fronte ad un eventuale pentimento e alla conversione del popolo; no, non dovrà accadere! Anche la parte di popolo che sopravviverà ad un primo castigo sarà abbattuta, come una quercia o un terebinto rimasto solo nel deserto. Deve alla fine rimanere solo un ceppo secco e morto, un cadavere. Ed ecco la parola di salvezza: quel cadavere sarà un “seme santo”. C’è una storia vecchia che deve finire, totalmente e irrevocabilmente, perché si ricominci con una storia nuova, radicalmente diversa, “santa” (come il tre volte santo cantato dai serafini) a partire proprio dalla quella morte, da quel cadavere seminato (cfr. Rm 6,1-14!). Ricordando il canto dell’amato per la sua vigna, “la sua piantagione preferita”, per la quale la decisione è: “La renderò un deserto… alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia”, sembra quasi che il Signore chieda al suo profeta di fare in modo che il popolo non dia nessun segno di comprensione o di conversione; davanti a questo il Signore sa che, vinto dalla tenerezza, potrebbe pentirsi del suo decreto di morte e non andare fino in fondo (cfr. Gn 4,2!). Ma il popolo è troppo compromesso con il peccato, è troppo profondamente corrotto e i suoi pentimenti non sono serviti a nulla, sono stati solo fumo negli occhi! Aveva già detto il Signore con le parole del profeta Osea: “Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce! Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca” (Os 6,4-6! cfr. anche Os 13). Non è più tempo di compassione, le cose non si possono più “aggiustare”! È tempo di una distruzione totale e definitiva (cfr. Nm 14,26-35!), perché possa nascere un popolo nuovo e santo (cfr. Ez 37,1-14!). L’esperienza di morte e rinascita del profeta, bruciato dal carbone ardente dell’altare, è il paradigma di quello che dovrà accadere al popolo: una morte in vista di una creazione nuova.