Collatio 18-1-2019

Isaia 7,10-17

Il Signore parlò ancora ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».

Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonata la terra di cui temi i due re. Il Signore manderà su di te, sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre giorni quali non vennero da quando Èfraim si staccò da Giuda: manderà il re d’Assiria».

Il Signore si rivolge ora ad Acaz perché egli stesso chieda un segno: il re rimarrà prigioniero delle proprie paure e delle proprie macchinazioni politiche o si affiderà a Lui? La risposta ad Isaia, portatore della offerta-sfida di Dio, è l’espressione della sua tattica ipocrita: non intende scontentare nessuno, neppure l’appello del profeta, rifugiandosi dietro un atteggiamento apparentemente pio, per perseguire la sua strategia. Acaz ritiene di essere il più furbo, rivolgendosi all’Assiria e cercando un’alleanza con il più forte (cfr. 2Re 16). Non intende quindi ricevere un segno che lo rimetta in discussione e lo orienti in modo diverso da quello che ha in mente. A volta la paura ci immobilizza, altre volte ci rende irremovibili nelle nostre vie di salvezza e facciamo di tutto pur di non ascoltare. Questo re stolto, orgoglioso, impaurito è la rovina del popolo e stanca la pazienza degli uomini, ma ancora di più quella di Dio: ciò che più lo esaspera è la mancanza di fede, la chiusura autoreferenziale a Lui. Ma il Signore non si dà per vinto. Un segno, non richiesto, ci sarà. E non passerà per i canali del potere umano e attraverso le strategie dei re. Il segno è affidato ad una coppia inerme di piccoli: una ragazza e il suo bambino. In quella nascita e nel grido della giovane mamma (“Dio è con noi!”) che diventa il nome del suo bambino c’è il segno di una vitalità, di una salvezza, di una storia nuova, frutto della sorprendente fedeltà di Dio. Mentre Acaz continuerà a fare affidamento alle proprie politiche che lo condurranno alla rovina, il Signore abiterà la terra in una vicenda piccola, umanamente impotente e tutta nuova. Il bambino non sarà svezzato prima che giunga l’Assira, nella quale Acaz aveva fatto affidamento, e con essa la devastazione. Il cibo del tempo duro, quando si può contare solo su ciò che la natura non coltivata offre, è allo stesso tempo il nutrimento della promessa (“latte e miele”) e di una umanità nuova che sa rigettare il male e scegliere il bene. Non c’è disastro che non sia già abitato dalla promessa di Dio, per chi si affida a Lui e ha occhi per vedere. Mentre i potenti di questo mondo si pensano unici artefici della storia e la conducono così alla rovina, il Signore affida tutta la sua potenza di salvezza al segno di una ragazza che diviene madre e al suo riconoscimento gioioso e vitale della fedeltà di Dio negli occhi del suo bambino.