Collatio 6-2-2019

Isaia 14,3-21

In quel giorno avverrà che il Signore ti libererà dalle tue pene, dal tuo affanno e dalla tua dura schiavitù a cui eri stato assoggettato.

Allora intonerai questa canzone sul re di Babilonia e dirai:
«Ah, come è finito l’aguzzino,
è finita l’aggressione!
Il Signore ha spezzato la verga degli iniqui,
il bastone dei dominatori,
che percuoteva i popoli nel suo furore,
con colpi senza fine,
che dominava con furia le nazioni
con una persecuzione senza respiro.
Riposa ora tranquilla tutta la terra
ed erompe in grida di gioia.
Persino i cipressi gioiscono per te
e anche i cedri del Libano:
“Da quando tu sei prostrato,
non sale più nessuno a tagliarci”.
Gli inferi di sotto si agitano per te,
per venirti incontro al tuo arrivo;
per te essi svegliano le ombre,
tutti i dominatori della terra,
e fanno sorgere dai loro troni tutti i re delle nazioni.
Tutti prendono la parola per dirti:
“Anche tu sei stato abbattuto come noi,
sei diventato uguale a noi”.
Negli inferi è precipitato il tuo fasto
e la musica delle tue arpe.
Sotto di te v’è uno strato di marciume,
e tua coltre sono i vermi.
Come mai sei caduto dal cielo,
astro del mattino, figlio dell’aurora?
Come mai sei stato gettato a terra,
signore di popoli?
Eppure tu pensavi nel tuo cuore:
“Salirò in cielo,
sopra le stelle di Dio
innalzerò il mio trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nella vera dimora divina.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo”.
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso!
Quanti ti vedono ti guardano fisso,
ti osservano attentamente:
“È questo l’individuo che sconvolgeva la terra,
che faceva tremare i regni,
che riduceva il mondo a un deserto,
che ne distruggeva le città,
che non apriva la porta del carcere ai suoi prigionieri?”.
Tutti i re dei popoli,
tutti riposano con onore,
ognuno nella sua tomba.
Tu, invece, sei stato gettato fuori del tuo sepolcro,
come un virgulto spregevole;
sei circondato da uccisi trafitti da spada,
deposti sulle pietre della fossa,
come una carogna calpestata.
Tu non sarai unito a loro nella sepoltura,
perché hai rovinato la tua terra,
hai assassinato il tuo popolo.
Non sarà più nominata
la discendenza degli iniqui.
Preparate il massacro dei suoi figli
a causa dell’iniquità dei loro padri,
e non sorgano più a conquistare la terra
e a riempire il mondo di rovine».

Il popolo finalmente liberato eleverà il suo canto di vittoria sulla morte del terribile re: è la parodia di un lamento funebre, che diventa un canto di scherno, di sollievo e di gioia. Questa morte è una buona notizia, perché è la fine di un sistema di oppressione e di violenza continuato e “senza respiro”, frutto di un innalzamento oltre ogni umano limite: non ne gioiscono solo i popoli schiacciati, ma anche la terra devastata che finalmente può riposare e i cedri del Libano oggetto di distruzione. Gli inferi accolgono sarcastici e irriverenti la discesa del sovrano morto, con i re da lui uccisi che lo salutano: “Anche tu sei stato abbattuto come noi, sei diventato uguale a noi!”. Tanto più abissale è questa caduta, quanto più in vita il re si è innalzato al di sopra di ogni cosa, identificandosi con Dio stesso. Ora di quell’uomo che incuteva in tutti terrore per la sua crudeltà non rimane che l’ombra dimenticata da tutti: “hai rovinato la tua terra, hai assassinato il tuo popolo!”; neppure il suo nome sarà ricordato e la sua discendenza verrà estirpata perché “non sorgano più a conquistare la terra e a riempire il mondo di rovine”! Sì, la morte ci è utile, ogni sana meditazione comincia da lì (“insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore!” dal Salmo 89): perché ci ricorda chi siamo, sotto i panni dei nostri ruoli e delle nostre vanità, e che cosa valiamo davvero; che è cosa buona pesare su questa terra un tempo limitato e lasciare spazio ad altri; e quindi che accogliere, amare il nostro limite lo rende occasione preziosa per vivere il tempo che abbiamo non nella dimenticanza di cosa siamo, mettendoci al posto di Dio contro tutto e contro tutti, ma per fare della nostra vita e della nostra morte un atto di affidamento, di amore, di offerta libera e liberante, come seme gettato.