Collatio 18-2-2019

Isaia 20,1-6

Nell’anno in cui il tartan, mandato ad Asdod da Sargon re d’Assiria, giunse ad Asdod, la assalì e la prese. In quel tempo il Signore disse per mezzo di Isaia, figlio di Amoz: «Va’, lèvati il sacco dai fianchi e togliti i sandali dai piedi!». Così egli fece, andando nudo e scalzo.

Il Signore poi disse: «Come il mio servo Isaia è andato nudo e scalzo per tre anni, come segno e presagio per l’Egitto e per l’Etiopia, così il re d’Assiria condurrà i prigionieri d’Egitto e i deportati dell’Etiopia, giovani e vecchi, nudi e scalzi e con le natiche scoperte, vergogna per l’Egitto. Allora saranno abbattuti e confusi a causa dell’Etiopia, loro speranza, e a causa dell’Egitto, di cui si vantavano. In quel giorno gli abitanti di questo lido diranno: “Ecco che cosa è avvenuto della speranza nella quale ci eravamo rifugiati per trovare aiuto ed essere liberati dal re d’Assiria! Ora come ci salveremo?”».

La nudità che il Signore chiede a Isaia, per mettere in scena profeticamente la futura sconfitta militare e la deportazione di Egiziani ed Etiopi, non è solo una indicazione politica per denunciare l’inaffidabilità dell’alleanza con l’Egitto. È il modo con cui il Signore richiama il suo popolo alla vera fonte della salvezza, smascherando l’inganno delle pretese umane. “Ora come ci salveremo?”: “alzo gli occhi verso i monti – canta il salmista – da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra!” (Sal 120), perché “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno… Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia” (Ger 17,5-7). La parola profetica riporta l’uomo alla verità della sua fragilità radicale (“ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo” Is 40,6-8), spogliandolo di quel “effetto alone” che ci fa porre la fiducia in coloro che sono ammantati di una qualche fallace gloria momentanea. Ma ogni uomo non è che soffio passeggero, incapace di salvare. E la nudità è il segno più semplice, diretto, impietoso e spoetizzante di questa verità: la fragilità impotente di quel corpo nudo richiama l’uomo a ciò che è, alla sua mortalità, alla sua inconsistenza, alla vanità delle sue pretese. Eppure quel corpo nudo del profeta ci parla anche di altro, di una disponibilità senza riserve alla parola e all’azione di Dio che fa risuonare in noi la memoria di un altro corpo nudo, quello di Gesù sulla croce. Una fragilità radicale che diventa, vissuta come donazione senza riserve, una parola vibrante, un luogo di salvezza, anzi la stessa “parola fatta carne” e l’offerta definitiva di tutta la potenza di salvezza di Dio: “Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra;e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”.