Collatio 15-3-2019

Isaia 29,1-8

Guai ad Arièl, ad Arièl,
città dove pose il campo Davide!

Aggiungete anno ad anno,
si avvicendino i cicli festivi.
Io metterò alle strette Arièl,
ci saranno gemiti e lamenti.
Tu sarai per me come un vero Arièl,
io mi accamperò come Davide contro di te
e ti circonderò di trincee,
innalzerò contro di te un vallo.
Allora prostrata parlerai da terra
e dalla polvere saliranno fioche le tue parole;
sembrerà di un fantasma la tua voce dalla terra,
e dalla polvere la tua parola risuonerà come bisbiglio.
Sarà come polvere fine la massa dei tuoi oppressori
e come pula dispersa la massa dei tuoi tiranni.
Ma d’improvviso, subito,
dal Signore degli eserciti sarai visitata
con tuoni, rimbombi e rumore assordante,
con uragano e tempesta e fiamma di fuoco divoratore.
E sarà come un sogno,
come una visione notturna,
la massa di tutte le nazioni
che marciano su Arièl,
di quanti la attaccano
e delle macchine poste contro di essa.
Avverrà come quando un affamato sogna di mangiare,
ma si sveglia con lo stomaco vuoto;
come quando un assetato sogna di bere,
ma si sveglia stanco e con la gola riarsa:
così succederà alla folla di tutte le nazioni
che marciano contro il monte Sion.

Arièl è Gerusalemme, città del mistero: significa “leone di Dio”. Il leone di Giuda è il re Davide (Gen 49,9; cfr. Ap 5,5!), che conquistò Gerusalemme, strappandola dalle mani dei Gebusei (2Sam 5,1-9). Ma Arièl significa anche “braciere”, la parte superiore dell’altare degli olocausti (Ez 43,15: il “focolare”). Con questo gioco di parole il profeta indica la sorte misteriosa di Gerusalemme: le antiche vittorie di Davide si trasformano oggi in “gemiti e lamenti”, perché il Signore la mette alle strette, la circonda, si accampa contro di lei come un tempo fece Davide. Le parti si invertono, e Gerusalemme diventa per il Signore “un vero Arièl”, un vero “braciere”, non come quello dell’altare che si usa nelle liturgie nel tempio (“si avvicendino i cicli festivi…!”), ma quello costituito dalla moltitudine degli eserciti radunati contro di lei. Il Signore stesso, che assedia e diventa il nemico, ha il volto dello straniero invasore e non di colui che rassicura dall’interno di una città inespugnabile. C’è un momento in cui i nostri antichi successi diventano solo un ricordo e ci sentiamo accerchiati da Dio, assediati: è il tempo in cui torniamo “a livello della terra”, prostrati, privati dei nostri splendori, sicurezze, vittorie. La nostra voce non è più tonante, chiara, piena di certezze, ma rimangono solo “fioche parole”, un “bisbiglio”, che sale dalla polvere della nostra umiliazione, disorientamento, paura. Eppure, ancora una volta, è proprio lì che sperimentiamo la salvezza! Non come eroica vittoria sui nemici, piena di nostro umano splendore, ma come manifestazione di Dio che “d’improvviso, subito” visita Gerusalemme con tutta la gloria della sua potenza incontenibile di “tuoni, rimbombi e rumore assordante, con uragano e tempesta e fiamma di fuoco divoratore” come quando sul Sinai donò le dieci parole. Allora l’immenso numero dei nemici, incalcolabile come la polvere, si trasformerà in “pula dispersa”; sarà come un brutto sogno, una terribile “visione notturna” che scompare con il sorgere del sole. Allora anche i sogni dei nemici di depredare Gerusalemme, divorare e impossessarsi dei suoi beni, li lasceranno al mattino con lo stomaco vuoto, stanchi e con la gola riarsa. Il Signore si è manifestato, Lui solo dona la vita e la salvezza: ogni gloria umana, ogni vanto nella carne è destinato a infrangersi e rivelarsi come un sogno passeggero e velleitario, che subito finisce lasciandoci vuoti; ma anche ogni umiliazione, piena di angoscia e paura, si rivelerà come un incubo terribile ma inconsistente, che il Signore in un solo momento spazzerà via con la luce del suo nuovo giorno.