Collatio 5-4-2019

Isaia 36,1-22

Nell’anno quattordicesimo del re Ezechia, Sennàcherib, re d’Assiria, salì contro tutte le città fortificate di Giuda e le prese. Il re d’Assiria mandò da Lachis a Gerusalemme, dal re Ezechia, il gran coppiere con una schiera numerosa. Egli si fermò presso il canale della piscina superiore, che è nella via del campo del lavandaio.

Gli andarono incontro, Eliakìm, figlio di Chelkia, il maggiordomo, Sebna lo scriba e Iòach, figlio di Asaf, l’archivista. Il gran coppiere disse loro: «Riferite a Ezechia: “Così dice il grande re, il re d’Assiria: Che fiducia è quella nella quale confidi? Domando: forse che la sola parola delle labbra può essere di consiglio e di forza per la guerra? Ora, in chi confidi per ribellarti a me? Ecco, tu confidi su questo sostegno di canna spezzata, che è l’Egitto, che penetra nella mano, forandola, a chi vi si appoggia; tale è il faraone, re d’Egitto, per tutti coloro che confidano in lui. Se mi dici: Noi confidiamo nel Signore, nostro Dio, non è forse quello stesso del quale Ezechia eliminò le alture e gli altari, ordinando alla gente di Giuda e di Gerusalemme: Vi prostrerete solo davanti a questo altare? Ora fa’ una scommessa col mio signore, re d’Assiria; io ti darò duemila cavalli, se potrai mettere tuoi cavalieri su di essi. Come potrai far voltare indietro uno solo dei più piccoli servi del mio signore? Ma tu confidi nell’Egitto per i carri e i cavalieri! Ora, non è forse secondo il volere del Signore che io sono salito contro questa terra per mandarla in rovina? Il Signore mi ha detto: Sali contro questa terra e mandala in rovina”».
Eliakìm, Sebna e Iòach risposero al gran coppiere: «Per favore, parla ai tuoi servi in aramaico, perché noi lo comprendiamo; non parlarci in giudaico: il popolo
che è sulle mura ha orecchi per sentire». Il gran coppiere replicò: «Forse il mio signore mi ha inviato per pronunciare tali parole al tuo signore e a te e non piuttosto agli uomini che stanno sulle mura, ridotti a mangiare i propri escrementi e a bere la propria urina con voi?».
Il gran coppiere allora si alzò in piedi e gridò a gran voce in giudaico, e disse: «Udite le parole del grande re, del re d’Assiria. Così dice il re: “Non vi inganni Ezechia, poiché non potrà liberarvi. Ezechia non vi induca a confidare nel Signore, dicendo: Certo, il Signore ci libererà, questa città non sarà consegnata in mano al re d’Assiria”. Non ascoltate Ezechia, poiché così dice il re d’Assiria: “Fate la pace con me e arrendetevi. Allora ognuno potrà mangiare i frutti della propria vigna e del proprio fico e ognuno potrà bere l’acqua della sua cisterna, fino a quando io verrò per condurvi in una terra come la vostra, terra di frumento e di mosto, terra di pane e di vigne. Non vi inganni Ezechia dicendo: Il Signore ci libererà! Forse gli dèi delle nazioni sono riusciti a liberare ognuno la propria terra dalla mano del re d’Assiria? Dove sono gli dèi di Camat e di Arpad? Dove sono gli dèi di Sefarvàim? Hanno forse liberato Samaria dalla mia mano? Quali mai, fra tutti gli dèi di quelle regioni, hanno liberato la loro terra dalla mia mano, perché il Signore possa liberare Gerusalemme dalla mia mano?”».
Quelli tacquero e non gli risposero nulla, perché l’ordine del re era: «Non rispondetegli».
Eliakìm, figlio di Chelkia, il maggiordomo, Sebna lo scriba e Iòach, figlio di Asaf, l’archivista, si presentarono a Ezechia con le vesti stracciate e gli riferirono le parole del gran coppiere.

La prima parte del libro si conclude con un’ampia sezione narrativa, che mostra il compiersi delle profezie e fa da ponte verso la seconda parte. Siamo nel momento cruciale dell’assedio che Sennacherib, re d’Assiria, pone a Gerusalemme, dopo aver già conquistato “tutte le città fortificate di Giuda”. Presso “il canale della piscina superiore, che è nella via del campo del lavandaio”, proprio dove Isaia aveva incontrato il re Acaz, icona dell’incredulità (Is 7,3!), viene di nuovo narrato un incontro, questa volta tra l’inviato di Sennacherib e i notabili del re Ezechia. È un incontro drammatico, dove le parole sono pietre scagliate. Il gran coppiere del re assiro sa bene dove colpire per sgretolare la fiducia di Gerusalemme e ottenere una resa incondizionata senza neppure la fatica di combattere. “Che fiducia è quella nella quale confidi?”. Si potrebbe dire che questa è sempre la domanda che risuona nel momento della prova. E anche qui la prova scopre tutte le ambiguità, le inconsistenze di una fede incerta, fatta solo di dichiarazioni: “forse che la sola parola delle labbra può essere di consiglio e di forza per la guerra?”. Una fiducia nel Signore così fragile, che nel frattempo cerca anche la protezione dell’Egitto: “Ecco, tu confidi su questo sostegno di canna spezzata, che è l’Egitto, che penetra nella mano, forandola, a chi vi si appoggia; tale è il faraone, re d’Egitto, per tutti coloro che confidano in lui”; e anche la riforma di Ezechia, e la centralizzazione del culto, non è stata forse un tentativo di controllo e una mancanza di fede nel Signore? Il gran coppiere scopre tutti i punti deboli di una fede che si accorge di non essere davvero solida e pura. Ecco la prova: farti vedere che forse non credi davvero, che al momento della difficoltà anche tu in fondo hai uno sguardo mondano, affascinato dal potere, che in realtà il tuo rapporto con Dio non è altro che un tentativo di controllarlo, di gestirlo; la prova è farti vedere che non sei all’altezza di ciò che stai per affrontare, che hai sbagliato tutto, che effettivamente quel che succede in fondo te lo meriti, o che comunque, se accade, significa che Dio lo vuole, e che quindi è inutile resistere. I notabili del re Ezechia, di fronte a parole così insidiose, che minano la fiducia del popolo, in particolare di quanti, sulle mura, tentano di resistere, sono presi dal panico, vorrebbero più prudentemente limitare le trattative ad un livello istituzionale, per non essere travolti da un’ondata di terrore da parte della gente di Gerusalemme. Ma il gran coppiere affonda la sua offensiva psicologica e spirituale ancora di più; e nella lingua che tutti possono comprendere grida al popolo di non fidarsi di Ezechia, povero re sprovveduto e impotente, che ancora illude la sua gente con la speranza in una liberazione che il Signore non potrà operare, come nessun dio è stato in grado di salvare le altre nazioni ugualmente minacciate dall’Assiria. L’unica prospettiva plausibile è per il popolo acconsentire alla seduzione di ottenere un po’ di sicurezza in cambio della propria libertà, altrimenti la sorte sarà terrificante. La prova viene, tra minacce e seduzioni, a sgretolare la tua fiducia, a mostrarti che la tua fede nel Signore è tutt’altro che sincera, che in fondo anche tu non ci credi che il Signore è presente ed efficace nella storia e nella tua vita, che sei pieno di compromessi e falsità, che confidare nel Signore è solo uno slogan e forse anche un modo semplicistico e infantile per non affrontare i problemi e assumersi le proprie responsabilità. Di fronte a tutto questo “quelli tacquero e non gli risposero nulla, perché l’ordine del re era: «Non rispondetegli»”. Il tempo della prova ci scopre, manda in pezzi le nostre coperture, le nostre deboli sicurezze, le fragili vesti sulle nostre nudità. Il re sa che questo tempo per prima cosa è tempo di silenzio, per non entrare nella logica dell’avversario, da vivere umilmente davanti a Dio. “Io vi dico di non opporvi al malvagio” (Mt 5,39). È il tempo in cui la nostra incredulità può davvero diventare fede.