Collatio 6-4-2019

Isaia 37,1-7

Quando udì, il re Ezechia si stracciò le vesti, si ricoprì di sacco e andò nel tempio del Signore. Quindi mandò Eliakìm il maggiordomo, Sebna lo scriba e gli anziani dei sacerdoti ricoperti di sacco dal profeta Isaia, figlio di Amoz, perché gli dicessero: «Così dice Ezechia: “Giorno di angoscia, di castigo e di disonore è questo, perché i bimbi stanno per nascere, ma non c’è forza per partorire.

Forse il Signore, tuo Dio, udrà le parole del gran coppiere che il re d’Assiria, suo signore, ha inviato per insultare il Dio vivente e lo castigherà per le parole che il Signore, tuo Dio, avrà udito. Innalza ora una preghiera per quel resto che ancora rimane”».
Così i ministri del re Ezechia andarono da Isaia. Disse loro Isaia: «Riferite al vostro signore: “Così dice il Signore: Non temere per le parole che hai udito e con le quali i ministri del re d’Assiria mi hanno ingiuriato. Ecco, io infonderò in lui uno spirito tale che egli, appena udrà una notizia, ritornerà nella sua terra e nella sua terra io lo farò cadere di spada”».

La reazione del re Ezechia alle parole del gran coppiere assiro che gli vengono riportate è di grande angoscia, ma sa dove andare e cosa fare: si reca, coperto con il sacco dell’umiliazione e della penitenza, nel tempio presso il Signore. È bellissima questa fermezza con cui il re si stabilisce davanti a Dio in questo “giorno di angoscia, di castigo e di disonore”. Sa che solo dal Signore ora può venire la salvezza, e non abbandona il tempio neppure per consultare il profeta. Egli però non osa rivendicare un rapporto diretto con il Signore, che non coinvolga il profeta: è da lui che può ricevere una parola del Signore ed a lui invia messaggeri rivolgendosi a lui umilmente “il Signore tuo Dio”. Il giorno è terribile, e l’angoscia è tale che non si ha neppure la forza di partorire: non si vede un futuro, e ciò che sta per accadere sembra troppo doloroso per essere affrontato. Sembra l’immagine del totale smarrimento della vocazione del popolo, così come era stata descritta all’inizio del libro dell’esodo, quando le levatrici, timorate di Dio, per non mettere a morte i maschi come era stato ordinato loro dal faraone, gli avevano risposto: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno gia partorito!» (cfr. Es 1,15-22!). Ezechia spera umilmente nell’intervento di Dio contro il re di Assiria, che ha osato insultare il Signore. Certo le parole del gran coppiere sono state udite dal popolo sulle mura, dai notabili inviati e ora dal re; ma quel che conta è che sono giunte alle orecchie del Signore, il “Dio vivente”: Lui solo potrà operare la giustizia verso quel resto che ancora, spaventato e umiliato, però rimane. La parola del profeta fa risuonare la parola del Signore, ancora una volta, come ai tempi di Acaz: “Così dice il Signore: Non temere per le parole che hai udito!” (cfr. Is 7,4!). Ma questa volta Ezechia si fida. Non ci sarà battaglia: il re di Assiria tornerà alla sua terra e là cadrà di spada, non solo a motivo di un imprevisto, ma a motivo dello spirito di timore che il Signore gli infonderà. Ci sono giorni “di angoscia, di castigo e di disonore”, nei quali quel che possiamo fare, in attesa di una parola di salvezza, è rimanere presso il Signore, confidando in Colui alle cui orecchie giunge ogni parola ingiuriosa e violenta e ogni gemito e preghiera.