Collatio 8-4-2019

Isaia 37,8-20

Il gran coppiere ritornò, ma trovò il re d’Assiria che combatteva contro Libna; infatti aveva udito che si era allontanato da Lachis, avendo avuto, riguardo a Tiraka, re d’Etiopia, questa notizia: «Ecco, è uscito per combattere contro di te».

Allora il re d’Assiria inviò di nuovo messaggeri a Ezechia dicendo: «Così direte a Ezechia, re di Giuda: “Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi, dicendo: Gerusalemme non sarà consegnata in mano al re d’Assiria. Ecco, tu sai quanto hanno fatto i re d’Assiria a tutti i territori votandoli allo sterminio. Soltanto tu ti salveresti? Gli dèi delle nazioni, che i miei padri hanno devastato, hanno forse salvato quelli di Gozan, di Carran, di Resef e i figli di Eden che erano a Telassàr? Dove sono il re di Camat e il re di Arpad e il re della città di Sefarvàim, di Ena e di Ivva?”». Ezechia prese la lettera dalla mano dei messaggeri e la lesse, poi salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore e pregò davanti al Signore: «Signore degli eserciti, Dio d’Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei Dio per tutti i regni della terra; tu hai fatto il cielo e la terra. Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. Ascolta tutte le parole che Sennàcherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente. È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti. Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo sei il Signore».

La profezia di Isaia sembra effettivamente realizzarsi: ricevuta la notizia che Tiraka, il re di Etiopia, è uscito per attaccarlo, Sennàcherib decide di lasciare Lachis. Ma qui comincia un secondo racconto, con una nuova interpretazione degli eventi. Questa volta i messaggeri del re di Assiria non parlano al popolo o ai notabili di Gerusalemme, ma direttamente al re Ezechia, e non a parole, ma attraverso un documento scritto. Ora non si tratta più di mettere in guardia il popolo dal lasciarsi ingannare da Ezechia, che confidando nel Signore mette a rischio la città: l’accusa è ora contro Dio stesso, reo di illudere la città di essere al sicuro. E per dimostrare questo la lettera del re di Assiria elenca ancora una volta gli dèi delle nazioni che non hanno saputo proteggerle dal suo strapotere. La sfida è aperta e radicale: l’orgoglio empio dell’uomo che con il suo potere sugli altri uomini si innalza contro Dio e la sua sovranità sul mondo, custodita in Gerusalemme. Anche in questa seconda scena Ezechia si reca al tempio, ma prima che giunga una parola del profeta, egli stesso si rivolge a Dio nella preghiera. Ezechia sa che quelle parole in fondo non sono rivolte a lui, ma a Dio stesso; per questo per prima cosa apre la lettera “davanti al Signore”. Nella sua preghiera innanzitutto riconosce il potere regale di Dio su tutte le nazioni, come Sennàcherib pretenderebbe di arrogarsi, e su tutta la sua creazione. Poi chiede al Signore di porgere l’orecchio per ascoltare e aprire gli occhi per vedere: quella lettera è un insulto a Dio! Sentiamo così intensa e vibrante questa preghiera, che supplica il Signore di reagire alla violenza blasfema di quelle parole esibite davanti a Lui. La reazione dovrà essere un atto di salvezza per Gerusalemme, affinché i popoli lo riconoscano vero e unico Signore, a differenza dei falsi dèi gettati nel fuoco, “opera di mani d’uomo, legno e pietra”. Quando chiediamo salvezza, chiediamo che il Signore si manifesti, perché tutti possano riconoscerlo salvatore, amante degli uomini, Dio fedele.