Collatio 10-4-2019

Isaia 37,30-38

«Questo sarà per te il segno: mangiate quest’anno il frutto dei semi caduti, nel secondo anno ciò che nasce da sé, nel terzo anno seminate e mietete, piantate vigne e mangiatene il frutto.

Il residuo superstite della casa di Giuda continuerà a mettere radici in basso e a fruttificare in alto. Poiché da Gerusalemme uscirà un resto, dal monte Sion un residuo.
Lo zelo del Signore degli eserciti farà questo. Pertanto così dice il Signore riguardo al re d’Assiria:
“Non entrerà in questa città
né vi lancerà una freccia,
non l’affronterà con scudi
e contro di essa non costruirà terrapieno. Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore: Proteggerò questa città per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”».

Ora l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centoottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, erano tutti cadaveri senza vita. Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Ninive, dove rimase. Mentre si prostrava nel tempio di Nisroc, suo dio, i suoi figli Adrammèlec e Sarèser lo colpirono di spada, mettendosi quindi al sicuro nella terra di Araràt. Al suo posto divenne re suo figlio Assarhàddon.

Ora, attraverso il profeta, il Signore ha una parola per il re Ezechia e per il popolo. C’è innanzitutto un segno, che ha a che fare con la terra: dopo due anni in cui il popolo si nutrirà di ciò che cresce spontaneamente, nel terzo riprenderà a seminare, mietere, piantare e raccogliere. Forse sono due anni in cui le forze del popolo sono talmente esigue e le speranze per un futuro così incerte da non poter lavorare la terra. Ma questo tempo di umiliazione, povertà, angoscia diventa il tempo in cui sperimentare la fedeltà di una terra generosa, il dono di Dio di un cibo senza fatica. È da questa esperienza di riposo, di rinuncia al possesso, di limite allo sfruttamento che può rinascere, il terzo anno, un modo riconciliato di abitare la terra, operoso, pacifico, speranzoso e benedetto. Un abitare mite e obbediente che riscatta l’arroganza distruttrice di Sennàcherib, violenza per la quale tutti abbiamo bisogno di purificazione. Anche la casa di Giuda dev’essere liberata dallo “spirito di Sennàcherib”, e solo un resto, attraversata la prova, “continuerà a mettere radici in basso e a fruttificare in alto”: radici profonde nell’amore fedele di Dio, e frutti di giustizia visibili a tutti i popoli. È lo zelo, l’amore geloso di Dio che non si rassegna al peccato e all’ingiustizia del suo popolo, che saprà trarre da Gerusalemme, come frutto atteso e prezioso, un resto finalmente fedele. Riguardo alla minaccia del re d’Assiria, il Signore ha deciso: la sua improvvisa ritirata, senza colpo ferire, sarà la manifestazione della sua protezione e salvezza verso Gerusalemme, “per amore di me e di Davide mio servo”. Secondo il racconto di Isaia è direttamente un intervento dell’angelo del Signore. Non si tratta di una vicenda semplicemente politica: di fronte alla sfida “teologica” di Sennàcherib il conflitto è cosmico, tra cielo e terra; è la battaglia suprema tra tutte le forze del male, fra il grande Nemico ingannatore e distruttore e il Signore unico re creatore e salvatore, Dio giusto e misericordioso, rivelatosi a Israele, a Lui la lode e la gloria nei secoli. L’esito finale della vicenda storica del piccolo Sennàcherib è solo cronaca; la cronaca scontata della morte ingloriosa del tiranno, che appare ora in tutta la sua banale fragilità.