Collatio 8-5-2019

Ebrei 3,14-19

Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio.

Quando si dice:
Oggi, se udite la sua voce,
non indurite i vostri cuori
come nel giorno della ribellione,
chi furono quelli che, dopo aver udito la sua voce, si ribellarono? Non furono tutti quelli che erano usciti dall’Egitto sotto la guida di Mosè? E chi furono coloro di cui si è disgustato per quarant’anni? Non furono quelli che avevano peccato e poi caddero cadaveri nel deserto? E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che non avevano creduto? E noi vediamo che non poterono entrarvi a causa della loro mancanza di fede.

In questi versetti, dopo averci ricordato la nostra “partecipazione” alla condizione nuova del Cristo, il Figlio “degno di fede” presso Dio, e averci esortato a non lasciarci rubare la fiducia che ne deriva, si torna al Salmo 94 per meditare ulteriormente su quella vicenda del popolo nel deserto, che è un po’ l’esperienza originaria che Israele fa di Dio e che sta alla base di quell’ascolto e rielaborazione nella fede della propria storia che è la trama del racconto biblico e giunge fino al Nuovo Testamento. Sentiamo come per la lettera agli Ebrei questa “ambientazione del deserto” costituisce lo sfondo fondamentale della sua rilettura in Gesù delle Scritture. Ce ne siamo già accorti all’inizio del capitolo, nel confronto tra Gesù e Mosè, con il riferimento al testo di Numeri 12 (v. 5: “Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore”) e lo vedremo più avanti. Ora, attraverso il Salmo, si continua a percorrere le vicende di Israele nel deserto, e a considerarne il senso, a partire da quella terza decisiva mormorazione dopo il passaggio del Mar Rosso che Esodo descrive come una “ribellione”: la gravissima “messa alla prova” di Dio da parte degli Israeliti, quando dissero: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,1-7). Sarà solo dopo la battaglia contro Amalek, in virtù delle mani alzate di Mosè, e il riconoscimento da parte del suocero Ietro della presenza di Dio in Israele, che il Signore sul Sinai si manifesterà a Mosè e consegnerà le Dieci Parole dell’alleanza: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti” (Es 19,4-6). Ma la meditazione che la lettera agli Ebrei ci fa fare di questo salmo, e attraverso questo salmo della vicenda dei padri nel deserto, ci fa notare un altro riferimento: sono i “quarant’anni” durante i quali il Signore si è “disgustato” e il giuramento “non entreranno nel mio riposo!”. Qui Ebrei non a caso cita i “cadaveri nel deserto”, perché secondo il libro dei Numeri c’è una vicenda importante a motivo della quale Israele deve passare quarant’anni nel deserto con la proibizione di “entrare” nella terra promessa: sono i fatti descritti ai capitoli 13 e 14, proprio subito dopo il testo della protesta di Maria e Aronne citato all’inizio del capitolo. Secondo Numeri, Israele, una volta ripartito dal Sinai (10,11), si rimette in marcia verso Canaan (la terra promessa), con una nuova serie di lamentazioni e proteste (cap. 11) che culminano nella protesta di Maria e Aronne e a cui il Signore risponde accreditando solennemente l’autorità di Mosè. A questo punto il popolo, ai confini di Canaan, è pronto per “entrare”, e per ordine del Signore vengono inviati degli esploratori che tornano raccontando delle meraviglie della terra, ma soprattutto terrorizzati dalla imponenza degli abitanti. Solo Giosuè e Caleb tentano di rassicurare il popolo e di incoraggiarlo confidando nella promessa di Dio e nella sua presenza di protezione e di forza contro i nemici. Ma il popolo è sconvolto dalla paura e dall’angoscia e si rifiuta di entrare, tanto da voler scegliersi un capo e organizzare un ritorno in Egitto, e perfino tenta di lapidare Giosuè e Caleb che solo un intervento della gloria di Dio ferma. Qui tutto il cammino è smentito, Mosè rifiutato e l’alleanza con il Signore rinnegata. Mosè intercede per il perdono, che il Signore concede, ma la punizione sarà questa: vagare quarant’anni nel deserto, come quaranta sono stati i giorni della esplorazione della terra, prima di entrare nella terra promessa, affinché perisca tutta questa generazione che si è ribellata, ed entrino solo Giosuè e Caleb, insieme con coloro che hanno meno di venti anni. “I bambini entreranno”. Solo la nuova generazione della fede potrà entrare. I cadaveri della vecchia generazione cadranno nel deserto, perché “tutti quegli uomini che hanno visto la mia gloria e i prodigi compiuti da me in Egitto e nel deserto e tuttavia mi hanno messo alla prova gia dieci volte e non hanno obbedito alla mia voce, certo non vedranno il paese che ho giurato di dare ai loro padri” (Nm 14,22-23). Questo è l’ambiente spirituale al quale sta facendo riferimento la lettera agli Ebrei, meditando il salmo 94. La conclusione è chiara: “noi vediamo che non poterono entrarvi per la loro mancanza di fede”. La mancanza di fede che si manifestò nel non confidare nella presenza del Signore (“Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”); nel non ascoltare la sua parola, non fidarsi nonostante tutti i prodigi veduti, nel lasciarsi sopraffare dalla paura. Chissà… forse tante volte ci sembra di essere bloccati dalla paura, di girare a vuoto, di non “entrare”, di rimanere all’esterno della nostra vita e della promessa di bene che contiene… e lamentarsi o dare la colpa agli altri o a tante circostanze, non ci fa prendere coscienza che, semplicemente, tutto questo accade, come per Israele, per la nostra “mancanza di fede”.