Collatio 21-5-2019

Ebrei 7,4-10

Considerate dunque quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino. In verità anche quelli tra i figli di Levi che assumono il sacerdozio hanno il mandato di riscuotere, secondo la Legge, la decima dal popolo, cioè dai loro fratelli, essi pure discendenti da Abramo.

Egli invece, che non era della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che era depositario delle promesse. Ora, senza alcun dubbio, è l’inferiore che è benedetto dal superiore. Inoltre, qui riscuotono le decime uomini mortali; là invece, uno di cui si attesta che vive. Anzi, si può dire che lo stesso Levi, il quale riceve le decime, in Abramo abbia versato la sua decima: egli infatti, quando gli venne incontro Melchìsedek, si trovava ancora nei lombi del suo antenato.

Dopo aver notato il sorprendente silenzio che Genesi riserva alla ascendenza e discendenza della figura di Melchisedek, che “appare e scompare” nella narrazione, come un personaggio misterioso e “celeste”, e averlo posto in relazione al Figlio assiso alla destra di Dio, in questi versetti la Lettera agli Ebrei sottolinea e commenta i due momenti dell’incontro tra Melchisedek e Abramo: l’offerta della decima e la benedizione. Per La Lettera agli Ebrei Melchisedek non è solo una “prefigurazione” di Gesù; in qualche modo è Gesù stesso, è un altro modo di parlare di Lui! Allora comprendiamo come il fatto che Melchisedek abbia ricevuto la decima da Abramo e lo abbia benedetto indica una sua superiorità su Abramo, il depositario delle promesse di Dio, e sui suoi discendenti, compreso Levi e i sacerdoti che sarebbero venuti, ma che già si trovavano in quel momento “nei lombi” (usando un eufemismo) di Abramo. Il paradosso che Ebrei vuole evidenziare è che i sacerdoti, ai quali è dovuta la decima da parte degli altri Israeliti, di fronte a Melchisedek-Gesù gli riconobbero oggettivamente l’autorità di benedirli e di ricevere anche da loro la decima. Per noi tutto questo discorso può apparire un po’ distante o perfino cavilloso, ma se accettiamo un modo di procedere un po’ lontano dalla nostra sensibilità (e per leggere la bibbia è necessario!), possiamo cogliere come non siamo solo invitati a riflettere sul fine ultimo di tutta la storia della salvezza nella persona di Gesù, e di come tutta la promessa fatta ai padri e l’ordinamento cultuale di Israele siano fin dall’inizio orientati a trovare il loro compimento in Lui, ma ancora una volta riceviamo l’indicazione fondamentale di tutta la lettera: la fede è volgere lo sguardo a Gesù. Purtroppo in questo la traduzione non ci aiuta: letteralmente il brano non comincia dicendo debolmente “considerate”, ma “contemplate”! “Contemplate quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima”! “Costui” è Melchisedek, ed è Gesù; è Lui che in Melchisedek dobbiamo “contemplare”. Tutta la lettera non fa altro che dirci questo (cfr. 2,9; 5,7-9; 12,1-2): che contemplando Gesù entriamo nel suo riposo, Lui che muore offrendosi per la nostra salvezza e innalzato vivente alla destra del Padre ci dona la grazia efficace del suo perdono. Gesù è questo “uno di cui si attesta che vive”. Lui è superiore ad Abramo e a tutto il sistema del tempio, perché è “sopra”, nei cieli, e di là ci benedice. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,3-5).