Collatio 22-5-2019

Ebrei 7,11-19

Ora, se si fosse realizzata la perfezione per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge –, che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek, e non invece secondo l’ordine di Aronne?

Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della Legge. Colui del quale si dice questo, appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all’altare. È noto infatti che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio. Ciò risulta ancora più evidente dal momento che sorge, a somiglianza di Melchìsedek, un sacerdote differente, il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile. Gli è resa infatti questa testimonianza:

Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek.

Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità – la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio.

Con le parole del Salmo Dio costituisce il Figlio “sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedek” perché, evidentemente, il sacerdozio levitico non era sufficiente a realizzare la salvezza di cui avevamo bisogno e che il Signore voleva. Infatti, come Melchisedek “sacerdote differente”, “che non era della loro (i Leviti) stirpe” (v. 6), anche Gesù è di “un’altra tribù della quale nessuno mai fu addetto all’altare” perché “è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio”. Gesù non è uno dei sacerdoti, ma il germoglio atteso, il Messia. E allora il suo sacerdozio è di un altro “ordine”, e obbedisce ad un’altra “legge”, non quella di Mosè, ma quella della potenza stessa della sua “vita indefettibile”, di Colui che purifica e stabilisce nei cieli la nostra vita, perché è morto offrendo se stesso ed è risorto ad una vita nuova, “sacerdote per sempre”. Quindi è tolto di mezzo il sacerdozio antico, non in grado di portare a compimento la salvezza, ed è introdotto un “ordine” nuovo, definitivo, celeste, che ci apre la strada perché “noi ci avviciniamo a Dio”. Questa è la “migliore speranza” che ci è data in Gesù. Il sacerdozio levitico, secondo la legge, è stato quindi come una grande attesa di salvezza, un gemito, un grido, con tutta la bellezza della sua “debolezza e inutilità” che è la nostra stessa debolezza e inutilità. Solo il Signore salva, e non attraverso riti e liturgie, ma attraverso l’umanità di Gesù resa perfetta nell’offerta di amore e di obbedienza sulla croce e ora fonte indefettibile di grazia dal cielo. Tutte le volte che facciamo della nostra preghiera e delle nostre liturgie cristiane dei “rituali sostitutivi”, di fatto rinunciamo ad accostarci nella fede attraverso Gesù al mistero di Dio che ci trasforma e santifica. La croce di Gesù cambia tutto: non ci si presenta più a Dio “nascosti dietro” i nostri riti, per “placare”, tenere a bada la sua potenza e il suo giudizio, per ingraziarcelo, per giustificarci, per “sopravvivere”. Con Gesù, con la sua esistenza portata a compimento, tutto si realizza e anche termina. Solo in Lui, nella sua santità e fedeltà, nella sua vita resa perfetta dall’obbedienza fino alla croce, anche noi possiamo non più cercare di “sopravvivere”, dominati dalla paura della morte, ma affidarci a Lui e morire da figli per partecipare alla vita del Risorto, nei cieli. Questa è la nostra “speranza migliore”!