Collatio 10-6-2019

Ebrei 10,32-39

Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo.

Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso. Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà. Il mio giusto per fede vivrà; ma se cede, non porrò in lui il mio amore.
Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della nostra anima.

Suona così umano, quasi nostalgico, il riferimento a “quei primi giorni” che i lettori non devono dimenticare: sono i giorni pieni di gioia ed entusiasmo della chiamata alla fede, dell’innamoramento in cui tutto è possibile, e niente fa paura. Sono state grandi le prove che i cristiani hanno dovuto sopportare, ma hanno potuto farlo perché sorretti da una intensa fiducia nel Signore e solidarietà fraterna. Per loro è stato un tutt’uno la scoperta dell’amore di Dio nel volto di Gesù e la condivisione della sua croce, della sua via dolorosa. È bellissimo come nella descrizione di questo patire, illuminato dalla fede, al centro non ci sia la celebrazione eroica della sopportazione delle proprie sofferenze, ma la condivisione piena di empatia della sofferenza degli altri, perché il senso di tutto non è il patire, ma l’amare: il cristiano mentre è perseguitato si fa solidale con gli altri e per lui essere messo in carcere significa “prendere parte alle sofferenze dei carcerati”! La bellezza e la potenza di questo amore e di questa fiducia, nella certezza dei “beni migliori e duraturi”, rischiano però, ovviamente, di logorarsi, di incontrare la fatica della quotidianità (pochi versetti prima, in 10,25, l’autore aveva rimproverato coloro “hanno l’abitudine” di disertare le riunioni… chiaro segno di un tempo di “raffreddamento” degli entusiasmi…!), il riemergere delle paure, delle tiepidezze, dei compromessi. È utile rileggere le lettere alle sette chiese di Apocalisse: “Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima” (2,4-5); “Quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno. Al vincitore che persevera sino alla fine nelle mie opere, darò autorità sopra le nazioni…” (2,25-26); “Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti..” (3,3), “Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch’io ti preserverò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio…” (3,10-12); “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca…” (3,15-16). Allora. tornando a noi, l’esortazione è a non farsi rubare la “parresia”, quella condizione fondamentale della fede che è un insieme meraviglioso di fiducia nel Signore, senso di vera liberazione, coraggio, gioia, iniziativa nel bene e nella testimonianza. “Avete bisogno di perseveranza”: è un po’ la sintesi di tutta la lettera, di ciò che l’autore vede come necessità fondamentale dei suoi lettori/ascoltatori. Non basta aderire a Gesù con un cuore sincero e pieno di fede: occorre saper attraversare questo tempo, “un poco, un poco appena”, custodendo con la perseveranza quotidiana questo dono, anche nei giorni difficili e grigi, alimentandolo e rinnovandolo, senza perdere l’anima. Un po’ come sposarsi, e poi saper invecchiare insieme sapendo che la memoria di “quei primi giorni” di fuoco hanno ora il potere rinnovare un amore che pensavamo di possedere e poi magari di aver perduto, ma che è ridonato e diventa vero solo nella perseveranza.