Collatio 14-6-2019

Ebrei 11,8-12

Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.

Eccoci giunti ad Abramo, l’esempio del credente per eccellenza, colui che vive la sua fede come risposta ad una chiamata, attraverso un atto di obbedienza: “chiamato obbedì”. E la sua obbedienza lo mette in cammino: “obbedì uscendo” verso un altro luogo, di cui la chiamata lo aveva costituito erede. Credere è uscire da ciò che si conosce per andare verso qualcosa che ancora non si conosce. La meraviglia è che Abramo, giunto nella “terra della promessa”, non ne prese il possesso, ma “vi abitò come in una regione straniera, sotto le tende”. Sì perché il “luogo che doveva ricevere in eredità” non era quella terra: Canaan non è la “terra promessa” (come traduce l’italiano…!), non è l’oggetto della promessa, ma la “terra della promessa”, cioè il luogo in cui il credente vive l’economia della promessa; in questo senso tutta la terra è per i credenti terra della promessa! Così anche Isacco e Giacobbe, ereditano da Abramo nient’altro che questo: non una terra, ma una promessa. È questo il tesoro prezioso che viene loro consegnato, come a tutti coloro che per la fede divengono “figli di Abramo”: essere destinatari di una promessa che ci fa uscire dalle nostre sicurezze, ci rende precari e viandanti in questo mondo, custodi della speranza di Dio, abitanti sempre sotto le tende, perché in questa vita siamo tutti in attesa di un’altra abitazione, davvero definitiva, “la città dalle salde fondamenta”, non progettata e costruita da noi, ma donata da Dio. Alla fede obbediente e semplice di Abramo corrisponde la fede “ponderata” e sapiente di Sara, che vede la propria sterilità e anzianità, ma considera la “affidabilità” di Colui che promette e lo ritiene “credibile”. Bellissimo questo Dio che si sottopone volentieri all’esame di Sara, e le riconosce tutto il diritto di valutare con attenzione e senso di concretezza una promessa di vita e di fecondità “che dà il potere di concepire il seme” (tradotto: “la possibilità di diventare madre”). Dunque la meraviglia è sempre una resurrezione, una vita dalla morte: “da uno solo e che ha già subito la morte nacque una discendenza numerosa”: la morte per Abramo e Sara è la loro anzianità infeconda! Ancora la fede, che è sempre un “ospitare Dio”, si confronta con la morte e la trasforma, la rende occasione di vita inaspettata. Una vita abbondante, scritta, come le stelle, in un cielo che non si può possedere, e diffusa, come la sabbia, in una moltitudine innumerevole (cfr. Ap 7,9!), “fuori schema” e non “istituzionalizzabile”, perché la promessa di Dio non è mai raggiungimento di un fine semplicemente umano, il mero risultato di uno sforzo, il premio corrispondente a un merito, ma sempre dono sovrabbondante, mistero verso il quale ci si incammina “senza sapere dove andare”, ricchezza fuori portata e fecondità che “non si può contare”.