Collatio 18-6-2019

Ebrei 11,23-31

Per fede, Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.

Per fede, Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato. Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto l’essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa. Per fede, egli lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; infatti rimase saldo, come se vedesse l’invisibile. Per fede, egli celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché colui che sterminava i primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti. Per fede, essi passarono il Mar Rosso come fosse terra asciutta. Quando gli Egiziani tentarono di farlo, vi furono inghiottiti. Per fede, caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni. Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori.

La fede è anche questo: prendersi il rischio di “rimanere umani” anche quando l’arroganza del potere vorrebbe impedirlo. È la scelta dei genitori di Mosè (Es 2,2, dove per la verità è la madre…!), che, come le levatrici in Es 1, riconoscono in quel bambino uno di loro (“bello”, letteralmente “concittadino” quindi “civile”, educato, gradevole…), e sfidano “l’editto del re”, con tre mesi di “resistenza” in cui la paura passa in secondo piano davanti alle semplici inderogabili esigenze dell’umano. È da qui che viene Mosè, il suo coraggio, la sua forza, la scelta di porre la solidarietà con il suo popolo prima del suo (effimero) interesse personale. Fede è ancora una volta sfidare la morte, vedere e andare oltre se stessi, verso una ricompensa più grande, che non è mai solo per sé ma per tutti: ecco l’obbrobrio di Cristo (tradotto: “essere disprezzato per Cristo”), che dona se stesso sulla croce per la salvezza dei suoi fratelli! Anche Mosè, come i suoi genitori, sa fare i conti con la paura, affrontarla senza lasciarsene condizionare, sapendo che essere libero e promuovere la libertà scatena, inevitabilmente, “l’ira del re”, la violenza del potere (ieri come oggi!). La saldezza di Mosè è sostenuta dal suo sguardo, come lo sguardo dei suoi genitori che lo riconobbero e lo nascosero, uno sguardo che ora sa “vedere l’invisibile”. È con questo sguardo che allora tutto cambia perché vissuto “per fede”: la celebrazione della Pasqua, l’aspersione del sangue, il passaggio del Mar Rosso. Senza fede tutto questo diventa gesto vuoto, imitazione esteriore, che non dà vita, ma conduce alla morte! La solidarietà di Mosè con la sofferenza del suo popolo genera un popolo nuovo, che attraversa “per fede” il mare e “per fede” sa abbattere le difese di Gerico. Con un piccolo “passo indietro” cronologico (troppo importante per essere tralasciata!) ora si fa memoria di Raab: è l’ultimo personaggio cui è dedicato esplicitamente un piccolo racconto in questa schiera di testimoni della fede. Seguiranno altri nei versetti successivi, ma ricordati in modo “cumulativo”. Raab in qualche modo dunque chiude la serie: una prostituta straniera! Eppure il suo gesto di accoglienza viene descritto, come per tutti gli altri personaggi, come un gesto di “fede”. Mosè è salvato dallo sguardo coraggiosamente umano dei suoi genitori, e qui una prostituta “esperta di umanità” capisce al volo che il futuro non appartiene a quei debosciati dei suoi concittadini, ma alla bellezza, al coraggio, alla integrità di questi stranieri che camminano con Dio. Il suo gesto sembra un bieco calcolo, un atto di tradimento ispirato all’opportunismo, un gesto da puttana senza scrupoli che vende la sua città per aver salva la vita. Eppure… c’è un altro sguardo, che riconosce in quell’accogliere “con pace” gli esploratori stranieri semplicemente la fede: che rischia, che sa giocarsi tutto, che vede quello che gli altri non vedono, che salva.