Collatio 25-6-2019

Ebrei 12,14-17

Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; vigilate perché nessuno si privi della grazia di Dio.

Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati. Non vi sia nessun fornicatore, o profanatore, come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto: non trovò, infatti, spazio per un cambiamento, sebbene glielo richiedesse con lacrime.

Bella la sintesi della vita cristiana che ci regala oggi la Lettera agli Ebrei: cercare di vivere in pace con tutti e custodire la comunione con il Signore che ci santifica. Sono le due grandi direzioni della nostra vita: l’amore del prossimo e l’amore di Dio. Aveva detto pochi versetti prima che anche la correzione di Dio è per “farci partecipi della sua santità” (v. 10). E questa santità è un tutt’uno con una vita riconciliata con i fratelli. E ora si torna a un tema ricorrente; dopo aver parlato della correzione e della guarigione,si dice che c’è però qualcosa che non si aggiusta, qualcosa di irrimediabile. È il grave avvertimento della lettera che si ripete (dopo, in particolare, 6,4-8 e 10,26-31): se si abbandona la fede in Gesù e si decade dalla grazia, non rimane più alcuna salvezza! In tutti i modi il nostro autore cerca di dissuadere i suoi ascoltatori dall’abbandonare la loro fede, supplicandoli di perseverare ad ogni costo in Gesù. La vicenda di Esaù, che prima vende la sua primogenitura per un piatto di lenticchie (Gen 25,29-34) e poi perde la benedizione di Isacco, è efficace nella sua drammaticità. A nulla valgono le sue lacrime, lui che “a tal punto aveva disprezzato la primogenitura” dice Genesi (Gen 25,34). C’è sempre, per ciascuno, il rischio di cadere in questo disprezzo per il dono di Dio, e poi rimanere senza più nulla. Anche per noi… se siamo stati, in qualche modo, toccati dalla grazia, abbiamo ogni giorno bisogno di rinnovare lo stupore e la gratitudine per il dono che ci è stato fatto, per non cadere nello scontato, nel grigiore della routine, e poi ritrovarci fatalmente a non tenere più in nessun conto ciò che ha afferrato e trasformato la nostra vita. La perseveranza è per noi come togliere ogni mattina la cenere e ravvivare le braci; anche il nostro amore rischia sempre, se lasciato senza cura, di spegnersi, e di lasciarci al buio e al freddo.