Collatio 26-6-2019

Ebrei 12,18-24

Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.

Non potevano infatti sopportare quest’ordine: Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata. Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo. Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele.

Per approfondire qual è questa grazia di Dio, per la quale è così necessario vigilare perché nessuno se ne privi (v. 15), la lettera agli Ebrei prima di tutto dice cosa non è: a noi, credenti in Gesù, è mancata l’esperienza del Sinai. Essi si avvicinarono al monte e furono spettatori di una manifestazione di Dio piena di segni potenti e terribili, tanto che lo stesso Mosè si dichiarò impaurito e tremante; il dono delle dieci parole fu accompagnato da una tale quantità di eventi terrificanti che fu evidente a tutti che era Dio stesso che parlava, con tutta la sua santità e autorità e che non era possibile avvicinarsi e neppure toccare il monte, ma solo accogliere con spirito di obbedienza e santo timore le sue parole. Per i cristiani non è questa l’esperienza della grazia, perché non si riduce alla percezione sconvolgente della santità di Dio, ma è un ingresso pieno di fiducia e libertà filiale alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste: miriadi di angeli, riunione plenaria, assemblea dei primogeniti… una immensa comunione in Dio. Non semplicemente figli, ma tutti noi resi “primogeniti”, perché fatti figli nel primogenito Gesù. Per questo non possiamo disprezzare, come Esaù, la nostra primogenitura, perché è il dono del nostro accesso al cielo, davanti a Dio giudice di tutti, che tutti conduce a perfezione, per l’alleanza nuova ed eterna di Gesù mediatore sulla croce, il cui sangue sparso grida, non più vendetta, come quello di Abele, ma, in modo “più eloquente”, il perdono dei nostri peccati. La grazia donata a noi è questa: non più la conoscenza di un Dio che ci impaurisce e al quale non possiamo avvicinarci, ma il permesso filiale di correre a lui, nella certezza incrollabile del suo amore di Padre e del suo perdono. È questa la grazia che non possiamo perdere!