Collatio 2-7-2019

Ebrei 13,7-14

Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!

Non lasciatevi sviare da dottrine varie ed estranee, perché è bene che il cuore venga sostenuto dalla grazia e non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne fanno uso. Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel tempio. Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città. Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo disonore: non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura.

Mi piace pensare che i capi cui fa riferimento qui la lettera, che hanno annunciato la parola di Dio e il cui “esito finale” della vita è da “considerare attentamente”, siano effettivamente Pietro e Paolo, e l’esito finale il loro martirio. Del resto la lettera si conclude con i saluti da parte di “quelli dall’Italia”, cosa che potrebbe far pensare a cristiani provenienti da Roma, che colgono l’occasione per salutare la proprio comunità di provenienza, alla quale la lettera sarebbe rivolta. In 12,4, in una esortazione alla perseveranza, l’autore della lettera aveva ammonito: “non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta…!”, come se avesse davanti agli occhi il martirio dei cristiani, in particolare forse proprio dei “capi” Pietro e Paolo, uccisi a Roma. In ogni caso ciò che deve essere attentamente considerato ed imitato, in ciò che vissero e patirono, è la loro fede. Non si tratta di una sterile imitazione di ciò che fecero, ma di ciò che animò e motivò in loro ogni cosa, e che comunicarono con l’annuncio della Parola di Dio. Del resto questo era stato l’esempio anche degli antichi nel lungo capitolo 11: tutto ciò che fecero, lo fecero “per fede”. E questo è ora possibile anche a noi, perché Gesù Cristo, per il quale i “capi” vissero e morirono “ieri”, è lo stesso, anche “oggi” per noi e sempre. Sempre presso Dio a intercedere a nostro favore, e sempre al fondo della nostra esperienza di fede, come la roccia che occorre trovare scavando molto profondo e sulla quale edificare (Lc 6,48). Per questo a nulla valgono riti e cibi: è la sua grazia che rinfranca il nostro cuore, attraverso la Parola di Dio annunciata dagli apostoli, senza lasciarsi “sviare da dottrine varie ed estranee”, che ci portano lontano dal collegamento profondo con Gesù, con la sua grazia di perdono e salvezza. L’altare che abbiamo è la sua croce, è da lì che ci alimentiamo, secondo una logica tutta nuova: la legge lo impedirebbe! Il rito dell’espiazione, infatti, che è stato al centro di tutta la trattazione centrale della lettera su Gesù sommo sacerdote (cfr. tutto il capitolo 9), torna qui ad illuminarne il senso paradossale: “Si porterà fuori del campo il giovenco del sacrificio espiatorio e il capro del sacrificio, il cui sangue è stato introdotto nel santuario per compiere il rito espiatorio, se ne bruceranno nel fuoco la pelle, la carne e gli escrementi. Poi colui che li avrà bruciati dovrà lavarsi le vesti e bagnarsi il corpo nell’acqua; dopo, rientrerà nel campo” (Lv 16,27-28). Al termine rito antico del perdono annuale (Iom Kippur), celebrato da Aronne nel tenda nel deserto, il corpo impuro dell’animale sacrificato non poteva essere mangiato, ma portato fuori dell’accampamento e bruciato: il fine era poter “rientrare nell’accampamento”. Ma qui tutto cambia: quel corpo impuro è, nel compimento, il corpo stesso di Gesù, inchiodato alla croce. E così anche noi, per la fede, siamo chiamati ad “uscire fuori dell’accampamento”, come Lui “subì la passione fuori dalla porta della città”, rigettato, disprezzato, come maledetto che pende dal legno (Gal 3,13). Credere in Gesù è dunque sempre un “uscire”: dalle appartenenze consolidate e rassicuranti, anche religiose, dai sistemi mondani di legittimazione e di potere, per entrare a far parte di quel popolo credente e peregrino, che cammina, portando il disonore di Gesù, alla ricerca della città futura, come i santi Pietro e Paolo.