Collatio 4-7-2019

Ebrei 13,14-19

Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura.
Per mezzo di lui dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.

Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace.
Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ciò non sarebbe di vantaggio per voi.
Pregate per noi; crediamo infatti di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto. Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io vi sia restituito al più presto.

Pare piuttosto curiosa la scelta di ripetere il versetto 14, a prima vista non molto collegato con il resto del brano di oggi. Eppure, a guardarci bene, questa scelta ci dà la possibilità di dare uno sguardo tutto nuovo alle raccomandazioni finali della lettera. Il punto è questo: la vita di fede è “andare in cerca della città futura!”. Così tutte le indicazioni che riceviamo in questi versetti sui grandi capisaldi della vita cristiana (la preghiera, la carità fraterna, il governo della comunità: cfr. p. es. At 2,42-47!), non sono da intendersi come una specie di “assetto”, di sistema equilibrato e stabile della comunità cristiana, ma piuttosto come i luoghi concreti della nostra ricerca di fede, perché “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura!”. È allora in questa luce che possiamo ascoltare le esortazioni di oggi. Ed ecco un nuovo riferimento (dopo 12,28) al “culto cristiano”: per mezzo di Gesù anche noi “offriamo”. La vita cristiana è colta quindi prima di tutto come una offerta, per mezzo di Gesù e nella offerta stessa di Gesù. Forse qui la memoria biblica va al libro del Levitico e al cosiddetto “sacrificio di comunione in ringraziamento” (Lv 7,12; cfr. 2Cr 29,31) che ha due aspetti: la lode e la condivisione. C’è un movimento verso l’alto di rendimento di grazie Dio e un movimento in orizzontale di partecipazione con gli altri nel banchetto. Questi due movimenti connessi in un unico atto di culto sembrano ripresi in questi versetti che ci parlano del “culto cristiano”. Il primo movimento è il “sacrificio di lode”: la vita di fede si realizza innanzitutto in un grazie a Dio che mette al centro il Signore e la sua opera di salvezza, e questo nella testimonianza e nella confessione del suo nome, fino al martirio. Il sacrificio di lode è dono di sé al Signore, immensa e amorosa gratitudine; non c’è nulla di più lontano dalla liturgia cristiana di un culto “esibizione” che mette al centro se stesso! “Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo per la tua gloria immensa”! Il culto cristiano s’invera in una vita data, nel generoso servizio a Dio dimentico di sé, sempre in comunione con tutti i martiri che, per custodire la “confessione del nome”, hanno versato il sangue per il Signore. Il secondo movimento è la “beneficenza”, il “fare il bene”, che si realizza nella comunione: è l’opera della giustizia e della fraternità cristiana, per la quale nulla di ciò che vive il nostro fratello ci è estraneo. Il culto cristiano è anti-individualistico perché si realizza nella condivisione materiale e spirituale con i fratelli (cfr. 10,32-34; 13,3). “Di questi sacrifici infatti il Signore si compiace!”: mi pare che la conclusione riguardi tutti e due questi movimenti, di lode-confessione e di beneficenza-comunione. Sono i modi con cui il cristiano vive concretamente il suo donarsi, al Signore e ai fratelli. E vive la sua ricerca della città futura. In questo ultimo riferimento ai sacrifici di cui il Signore si compiace (come avevamo già trovato in 12,28; cfr. anche Rm 12,1!) ritroviamo tutto il messaggio dei profeti riguardo il “sacrificio di lode” (cfr. Sal 50,14.23 e Os 14,3!) e il vero culto della giustizia (cfr. Is 1,10-17; Am 5,21-25; Os 6,6!). E ora infine riceviamo un’ultima indicazione, così saggia e concreta, a proposito del servizio del governo all’interno della comunità: la reciprocità dell’amore, in cui consiste il comandamento nuovo di Gesù, si realizza in modo speciale sia nella cura di chi guida, che veglia sentendo la responsabilità di coloro che gli sono affidati, sia nella docilità di chi è guidato che viene incontro, con la propria sollecita disponibilità, a chi lo guida perché lo faccia “con gioia e non lamentandosi”, per il bene di tutti. Il tutto si conclude con la richiesta “pregate per noi”: perché sia confermata la buona coscienza di agire per il meglio, e (improvvisamente al singolare…) “io vi sia restituito al più presto”. Un bel modo per indicare la lontananza dai fratelli come una temporanea, innaturale separazione, che attende di essere ricostituita in quella “comunione” che nella fede abbiamo definitivamente ricevuto e che godremo pienamente nella “città futura” (cfr. 12,22-23!).