Collatio 5-7-2019

Ebrei 13,20-25

Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Vi esorto, fratelli, accogliete questa parola di esortazione; proprio per questo vi ho scritto brevemente. Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato rilasciato; se arriva abbastanza presto, vi vedrò insieme a lui. Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Vi salutano quelli dell’Italia. La grazia sia con tutti voi.

La lettera si chiude con una bellissima preghiera per i destinatari, quindi anche per noi! E’ una preghiera per la pace, quella che solo Dio può concederci e senza la quale non possiamo vivere. E il dono della pace ci è dato attraverso Gesù, che risorto mostra i segni della sua offerta sulla croce: “Pace a voi!” (Gv 20,19-23). Egli è il “Pastore grande” perché ha fatto spazio in se stesso alla nostra debolezza, al nostro patire, alla nostra morte, per divenire così “un sommo sacerdote grande” perché sa “prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (4,14-15). Anche Mosè divenne “grande”, quando “preferì essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato” (11,24-25). La fiducia che abbiamo è la certezza di trovare in Gesù, morto per noi e risorto presso il Padre, tutto questo spazio in cui essere davvero accolti (cfr. Gv 14,1-3). “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse” aveva detto il profeta (Zc 13,7), lo aveva ricordato Gesù affrontando la passione (Mc 14,27); ma ora il pastore ricondotto dai morti può di nuovo radunare le sue pecore (Mc 14,28!), perché quella morte non è stato il momento in cui le ha abbandonate, ma in cui ha condiviso con loro tutto, fino in fondo, sancendo nel suo sangue una alleanza con non potrà più essere spezzata. Egli può renderci “pronti in ogni bene” proprio perché è un pastore morto e risorto: non ci guida imponendo dall’alto la sua volontà, con la forza della sua autorità, come la legge dal Sinai, ma ci attira dolcemente, camminando con il nostro stesso passo, conoscendo le nostre fatiche e debolezze (Is 40,11), fasciando le nostre ferite perché lui stesso ferito (Ez 34,11-16), con la forza del suo amore. E’ l’alleanza nuova (Ger 31,31-34; Eb 8,8-13), in virtù della quale, per il dono del suo Spirito, il Signore Gesù risorto non ci insegna più “dal di fuori”, ma con il suo perdono realizza la profezia: “porrò le mie leggi nella loro mente, le imprimerò nel loro cuore”; perché possiamo “compiere la sua volontà”, non con una obbedienza estrinseca, da servi, né a partire da noi stessi, ma “per grazia”, cioè perché Dio stesso opera in noi ciò che gli è gradito (cfr. Ef 2,8-10 e Fil 2,13). E’ solo per Gesù, nel suo “eccomi” al Padre (Eb 10,5-10), avendo in noi gli stessi suoi sentimenti (Fil 2,5-11), che possiamo davvero sintonizzarci con il cuore e la volontà del Padre (Mc 3,34) e avere pace. Il biglietto finale ci invita con brevi parole ad accogliere “questa parola di esortazione” (cfr. At 13,15!), questa omelia (o più omelie raccolte insieme?) di un anonimo sublime predicatore cristiano del primo secolo: questa parola è stata accolta e custodita gelosamente dalla chiesa come tesoro prezioso e irrinunciabile per la fede dei discepoli di Gesù. In questi mesi abbiamo cercato anche noi di accogliere questa parola, che ci ha aiutato a fissare lo sguardo su Gesù, rinnovando la nostra fede e rinvigorendo il nostro passo verso la città celeste. La grazia è con tutti noi!