Collatio 27-7-2019

Giovanni 4,16-26

Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».

Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Alla donna Samaritana che chiede a Gesù, forse un po’ per sfida e un po’ per curiosità, l’acqua che disseti davvero, Gesù risponde chiedendole di portare la sua vita: “va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Non è possibile ricevere la vita nuova e inesauribile di Dio se non nella concreta apertura e disponibilità della nostra vita, così com’è. È solo lì che possiamo essere raggiunti, toccati, trasformati. La risposta della donna sembra chiudere ogni possibilità: “non ho marito”; eppure, forse nel fastidio stesso che questa donna lascia trapelare davanti alla sua richiesta, o per un più sottile e malcelato dolore, Gesù risponde in modo sorprendente: “hai detto bene!”. In quella risposta evasiva e imbarazzata, Gesù riconosce più verità di quanto la donna volesse ammettere. Nel suo tentativo di non affrontare il tema, la donna in realtà scopre il punto: la sua vita è segnata drammaticamente dal fallimento dell’alleanza nuziale. Non si tratta, per Gesù, della questione semplicemente morale (quella per la quale, forse, questa donna preferisce con vergogna venire al pozzo quando non trova nessuno…) : quel “non ho marito” è molto di più, riecheggia quel “non hanno più vino” delle nozze a Cana. È la condizione di fondo del fallimento esistenziale, il segno della fine della speranza e del futuro, la condanna a ripetere tentativi di amore e di senso sempre più stanchi che non raggiungono mai pienezza; è continuare a venire al pozzo senza mai dissetarsi davvero. La donna riconosce che questo sguardo più profondo sulla sua vita è quello che solo un profeta può avere: si sente conosciuta personalmente, in verità, come Natanaele (1,48-50!). Ora il profeta davanti al quale tutto è chiaro può dirimere la questione delle tradizioni e delle appartenenze religiose e, forse pensa la donna, parlando di “grandi questioni”, allontanare un po’ il suo sguardo lei: dove adorare? hanno ragione i nostri padri o voi giudei? Gesù non si sottrae, risponde. E per prima cosa, chiedendole di credergli, afferma che è venuta l’ora, che da questo momento tutto sarà diverso (interessante notare che è in questo nuovo incontro con una donna che riemerge la questione del “venire dell’ora”… cfr. 2,4!). C’è un “prima”, e certamente le tradizioni non sono tutte sullo stesso piano: la salvezza viene dai Giudei! Ma ora tutto cambia: non si tratta più di adorare dentro un luogo o un altro, una tradizione o un’altra. L’adorazione inaugurata da Gesù è al Padre, e solo chi è Figlio, chi ha lo spirito e l’intimità del Figlio può accostarsi a Dio in verità, riconoscendolo Padre. Il Padre cerca questo: non dei servi ma dei figli! La vera relazione con Dio non è fatta di cose, di riti, di procedure, di luoghi, ma della conoscenza, intimità, sintonia, affidamento, riconoscimento, verità che solo Gesù, il Messia atteso, può rivelare. “Quando egli verrà annuncerà ogni cosa”, “sono io che parlo con te”. Mentre la donna, attraversata dallo sguardo profondo e luminoso di Gesù, cercava di distoglierlo da sé tornando su “questioni religiose”, che sono sempre un “allora”, Egli, con la sua stessa presenza e parola, la riporta a questa “ora”, l’adesso dell’incontro. Tante volte ci perdiamo nelle discussioni su cosa sia meglio: quale luogo, quale tradizione, quale esperienza… ma ciò che importa non è “dove”, ma “come”: il punto è se ci siamo noi qui ora, con la povera concretezza della nostra vita e i suoi fallimenti, ma pronti a lasciarci toccare e trasformare dallo spirito filiale di Gesù e dalla apertura sconfinata della sua conoscenza di Dio Padre. Tutto cambia quando avvertiamo che Gesù, presente, si rivolge a noi e ci dice: “Sono io, che parlo con te”: si passa dai pozzi scavati dai padri, alla sorgente viva!